Ci sono serate che restano. Non soltanto per i libri presentati, ricchi di simboli, visioni e percorsi interiori… ma per quell’armonia che a un certo punto si genera tra chi parla e chi ascolta. Una sorta di sospensione che cancella il rumore del mondo.
Forse accade questo quando la cultura smette di essere esibizione e torna a essere incontro.
Mi porto dentro la sensazione bellissima di avere condiviso la presentazione di tre libri (Le fortezze alchemiche dei Florio, Albrecht Dürer. Simboli, magia e alchimia segreta e Il trionfo della morte. Una lettura alchemica editi da Tipheret Edizioni) con una piccola comunità di persone unite dalla curiosità, dal dubbio, dalla voglia di guardare oltre la superficie delle cose. E in un tempo veloce come il nostro… non è affatto scontato.
Grazie a Lucia Vincenti per la profondità dello sguardo e per la capacità di accompagnarci dentro territori simbolici senza mai perdere l’umanità del racconto. Grazie a Mauro Bonanno, editore che continua a credere nel valore dei libri come strumenti di attraversamento del presente. Grazie a Spazio Cultura Libreria Macaione per l’accoglienza autentica, per quel senso antico e prezioso di casa dei libri che ancora riesce a custodire. E grazie soprattutto a tutte le persone intervenute. A chi ha ascoltato, a chi ha posto domande, a chi ha condiviso riflessioni e silenzi. Abbiamo percorso un tratto della seconda navigazione…
Lucia Vincenti non legge le opere d’arte. Le interroga, come si fa con i testi sacri sopravvissuti al tempo. Ieri, presentando i suoi tre libri, ho avuto la conferma di qualcosa che sospettavo da un po’: viviamo in un’epoca che guarda tutto e interpreta poco. Siamo circondati da immagini, ma abbiamo perso gli strumenti per decifrarle. E forse il vero analfabeta contemporaneo non è chi non legge, ma chi non sa più leggere i simboli. Apparentemente distanti, Palermo, Dürer e il Trionfo della Morte diventano nelle pagine di Vincenti le tappe di uno stesso viaggio: dentro il simbolo, dentro l’alchimia, dentro la domanda più antica che l’uomo si sia mai posto. È possibile trasformarsi?
I Florio come non li avete mai visti
Il mito industriale, economico, aristocratico dei Florio è ormai un racconto consumato. Vincenti lo ribalta. Li riporta dentro una dimensione iniziatica, toglie la patina della Belle Époque e mostra una famiglia che non costruiva solo un impero economico: costruiva una geografia simbolica. Una città dentro la città. Forse Palermo stessa, in certi suoi snodi architettonici, fu pensata come spazio iniziatico. Le architetture dei Florio parlavano ai contemporanei o erano messaggi destinati a pochi eletti? La massoneria nell’estetica della Palermo fin de siècle non è dettaglio decorativo: è struttura. I Florio avevano capito una cosa che oggi abbiamo dimenticato. Il potere non costruisce solo ricchezza. Costruisce immaginari.
Dürer e il vertigine della conoscenza
Albrecht Dürer arriva in un’Europa sospesa tra Medioevo e modernità. Ed è lì, in quella soglia, che Vincenti lo trova e lo rileva. Un uomo che anticipa la crisi contemporanea: il sapere infinito, l’angoscia della conoscenza, il rapporto tra l’io e l’apocalisse. La «Melencolia» non è una rappresentazione della depressione. È il limite della conoscenza umana reso visibile. Il Rinascimento non era solo fiducia nell’uomo. Era anche paura vertiginosa di ciò che l’uomo stava diventando. Dürer lo sapeva. Lo ha inciso nel rame.
Il Trionfo della Morte non parla della morte
Questo è forse il punto più rivoluzionario. Quell’affresco che campeggia a Palazzo Abatellis non parla della fine: parla della trasformazione. L’alchimia ribalta il significato dell’opera, dalla distruzione alla rinascita. Palermo custodisce uno dei più grandi manifesti simbolici d’Europa senza esserne pienamente consapevole. L’uomo contemporaneo teme la morte perché ha perso il linguaggio della trasformazione. Ed è forse per questo che quell’affresco continua a guardarci con tanta forza, dopo secoli.
In un tempo dominato dall’iperconnessione e dalla velocità, Vincenti compie il gesto opposto. Recupera la profondità, il dettaglio, il significato nascosto. Ci ricorda che alcune opere non si consumano in uno sguardo: chiedono interpretazione. E forse persino iniziazione. Il simbolo è ancora lì. In attesa di qualcuno disposto, finalmente, a leggerlo.










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