La stanza di Niscemi e il rumore della frana. C’è uno squarcio che urla più forte di qualsiasi crollo. Un evento naturale come quello franoso nella cittadina in provincia di Caltanissetta non ci consegna solo macerie e vuoti da drone: spalanca finestre su intimità violate, su stanze che fino a ieri erano rifugi e oggi sono set involontari per il nostro scroll infinito.
Scrivere una riflessione simile da giornalista, oggi, sembra quasi un atto di ribellione contro il mestiere stesso. Il ritmo è furioso: click, like, share, breaking news in loop. Ogni secondo perso a pensare, a pesare le parole, rischia di apparire debolezza, o peggio, irrilevanza. Eppure non è così. Esiste, e resiste, un giornalismo che non scambia la velocità con la verità, il voyeurismo con il diritto di cronaca. È quello che ancora si ricorda le regole deontologiche non come catene, ma come bussola: informare senza umiliare, raccontare senza spogliare, documentare il dolore senza trasformarlo in intrattenimento virale.
Il diritto di sapere è sacro. Ma quando la notizia diventa finestra spalancata su intimità violate, su ferite private esposte al feed infinito, allora il vero coraggio non sta nello zoomare più vicino, ma nel fermarsi. Nel scegliere il silenzio calcolato, il taglio etico, il rispetto di ciò che resta invisibile per scelta o per dignità.
Non è censura: è misura. Non è arretratezza: è civiltà professionale. Perché il giornalismo non è solo cronaca del “cosa è successo”. È anche, e soprattutto, narrazione del “come lo raccontiamo senza fare peggio”.
La stanza di Niscemi e il rumore della frana
Tra le immagini che rimbalzano sui feed, una mi ha inchiodato: una parete di una palazzina è rimasta in piedi. Sembra sospesa su un palcoscenico di devastazione, affaccia a strapiombo su una frana che avanza. In quello scorcio di stanza si vede una libreria. Sugli scaffali dorsi allineati, riconoscibili. Fumetti, albi, mondi di carta che qualcuno ha custodito con la cura di chi sa che certe storie salvano la vita quotidiana.
C’è chi questa immagine l’ha fotografata e condivisa. In quel gesto ho letto inizialmente tanta tenerezza. Ma allo stesso tempo un pensiero si insinuato: ormai siamo tutti vittime di un automatismo digitale che ci governa: mostrare per testimoniare, postare per non sentirsi soli nell’orrore o, comunque, farsi parte di un dolore condiviso.
E proprio mentre immagino lo sguardo di chi rientrava a casa, apriva un albo e lasciava fuori il rumore del mondo, mi rendo conto che il mio sguardo (il nostro) è diventato parte del disastro. La frana ha sbriciolato i muri; i social hanno finito il lavoro, trasformando la privacy in contenuto, l’abitudine in biografia esposta, la passione in anteprima fotografica.
Oggi il dolore viaggia così: non più nel silenzio composto della sfera privata ma in un flusso di screenshot, cuori emoji, reaction, La formula del chiedere scusa per la condivisione di immagini forti è ormai quasi una ammissione di colpa o, peggio ancora, la ricerca di un sostegno: “So che sto guardando dove non dovrei, eppure non riesco a smettere”.
I social ci hanno “addestrati” a una compassione istantanea, collettiva. Un condivisione che sembra unire, consolare e, in alcuni casi, aiuta alla mobilitazione. Ma al tempo, come un fuoco d’artificio, finito il momento si dissolve nel feed. Ma c’è una cosa che resta. Siamo entrati nelle ferite altrui senza nemmeno toglierci le scarpe, esponendo ciò che la natura aveva già strappato e facendolo diventare spettacolo involontario.
Ecco perché, davanti a quella libreria sospesa nel mezzo del nulla dovremmo regalarci un secondo in più. Non per zoomare sui titoli, non per giocare ai detective da tastiera e indovinare la collana di cui fanno parte. Forse dovremmo fermarci solo per immaginare, con un brivido di pudore, la mano che ha disposto quei volumi, la sera in cui ognuno è stato aperto, il tempo che hanno sottratto a un sentimento che non ci è dato sapere e non deve essere da noi conosciuto, esplorato o ricercato.
E poi, con la delicatezza con cui si chiude un libro a fine capitolo, dovremmo anche noi richiudere quello squarcio non per negare la realtà, ma per restituirle un margine di rispetto. Perché non tutto ciò che è visibile merita di diventare virale. E non ogni dolore, per essere condiviso davvero, ha bisogno di essere inquadrato. A volte la pietà più vera è abbassare lo sguardo, lasciare che il silenzio custodisca ciò che resta.
Il paradosso
Ed eccoci al paradosso: l’immagine che mi ha fatto riflettere sul bisogno di fermarci è la stessa che mi impedisce di farlo davvero. Perché fermarsi, in un’epoca di flusso continuo, richiede uno sforzo attivo, quasi eroico: chiudere la tab, non condividere, abbassare lo sguardo. Non per indifferenza, ma per lasciare intatto ciò che la frana ha già strappato. È anche uno specchio crudele: ci mostra quanto siamo diventati bravi a guardare, e quanto poco a smettere.
E su questo punto lascio che il silenzio custodisca quel che resta.
