La legge sulle quote di genere approvata in Sicilia segna un passaggio che, piaccia o no, era diventato inevitabile. Non perché le norme possano sostituire la politica, ma perché negli ultimi decenni la politica, soprattutto nei territori, ha spesso rinunciato a fare il proprio lavoro: selezionare classe dirigente, coltivare partecipazione, costruire percorsi credibili di accesso alle responsabilità pubbliche.
Il 10 febbraio 2026 l’Assemblea regionale siciliana ha dato il via con l’approvazione a Sala d’Ercole all’obbligo di una quota minima del 40% di presenza femminile nelle giunte comunali dei comuni sopra i 3.000 abitanti. È un adeguamento a standard ormai consolidati nel resto d’Italia e rientra in un filone normativo che punta a riequilibrare una rappresentanza storicamente squilibrata. I numeri, del resto, parlano chiaro: la presenza femminile nelle assemblee elettive locali e regionali è stata per decenni minoritaria in modo strutturale. Non un incidente statistico, ma un meccanismo consolidato di selezione politica. Da questo punto di vista la legge serve. Serve a rompere inerzie, a forzare un sistema che da solo non ha mostrato capacità di autocorrezione.
Ma sarebbe un errore considerarla una soluzione definitiva.
La scorciatoia burocratica
Le quote funzionano quando aprono spazi reali. Falliscono quando diventano solo un adempimento formale. Il rischio più evidente è quello delle candidature eterodirette: donne chiamate a occupare una casella più che a esercitare un ruolo. Candidate «paracadutate», spesso senza radicamento territoriale, utilizzate per equilibri interni ai partiti o per rispettare un vincolo normativo.
Questo fenomeno produce almeno tre effetti negativi:
- delegittima le stesse amministratrici, alimentando la narrazione della «quota imposta»;
- impoverisce il dibattito politico, perché la rappresentanza resta sostanzialmente invariata;
- rafforza il distacco tra istituzioni e territorio.
Chi gioca la vera partita?
Se c’è un punto che questa legge mette brutalmente in evidenza è la crisi dei partiti come luoghi di formazione politica. Per anni la selezione della classe dirigente si è accorciata: meno militanza, meno presenza fisica nei territori, meno investimento su competenze amministrative. La politica locale è diventata spesso gestione dell’esistente, non costruzione del futuro. Ora la norma impone un salto di qualità. E non riguarda solo le donne: riguarda l’intero sistema politico.
Servono:
- percorsi di formazione amministrativa e politica seri;
- presenza stabile nei territori, non solo durante le campagne elettorali;
- meccanismi trasparenti di selezione delle candidature;
- valorizzazione delle competenze, non solo delle appartenenze.
Senza questo lavoro, la quota resterà un numero. Se interpretata bene, questa legge può avere effetti positivi:
- allargare il bacino della classe dirigente;
- introdurre pluralismo reale nei processi decisionali;
- rinnovare linguaggi e pratiche politiche;
- offrire modelli alle nuove generazioni.
Ma tutto questo non accade automaticamente. La quota di genere non deve diventare un alibi né un obbligo burocratico. Deve trasformarsi in leva per ricostruire politica vera. Il punto, oggi, non è solo garantire il 40% di presenza femminile nelle giunte. Il punto è se i partiti siciliani hanno ancora la volontà, e la capacità (già…), di tornare a fare ciò che per definizione spetta loro: stare nei territori, ascoltare, formare, selezionare competenze, costruire visioni.
La legge sulle quote di genere in Sicilia era necessaria. Adesso serve la politica.
