Referendum. Partiamo dalle notizie: il No ha vinto con il 53,74%, l’affluenza ha sfiorato il 59%. Per Giorgia Meloni è la prima sconfitta da quando è a Palazzo Chigi. Gli italiani hanno deciso. Bene. Rispettiamo la sovranità popolare, ha detto anche la stessa premier, nel suo video da 46 secondi con gli uccellini che cinguettavano in sottofondo e una inquadratura casalinga senza stabilizzatore.
Ma adesso, al di là della polarizzazione delle posizioni, proviamo a dirci una cosa scomoda. O meglio, poniamoci una domanda:
gli italiani hanno votato la riforma o hanno votato contro Meloni?
In molti, me compreso, pensano che la tecnicità della riforma e del quesito abbia favorito probabilmente una scelta politica da parte degli elettori e non di merito. Il referendum, in altre parole, è diventato (ed era cosa difficile che così non fosse) un plebiscito sul governo. E questo, nel bene e nel male, non fa bene alla giustizia, che di riforme ha bisogno.
Il punto vero è che questa riforma nasce con un vizio di origine. Non è stata costruita nel solco di un dibattito parlamentare largo, aperto, in grado di raccogliere consenso trasversale, mettendo mano, emendando ed eventualmente migliorando il testo. Una riforma costituzionale che tocca l’ossatura dello Stato, l’architettura della magistratura, i rapporti tra poteri è arrivata agli italiani come un prodotto finito, da prendere o lasciare.
E qui sta il punto che mi sento di sostenere con chiarezza: riformare la giustizia è necessario. Chi ha vissuto dall’interno le cronache giudiziarie di questo Paese sa che qualcosa non funziona. I tempi biblici dei processi, il ruolo delle Procure, il corto circuito o il black-out con il mondo dell’informazione. Su questi temi il dibattito è giusto, urgente, ineludibile. Di certo il risultato di questo referendum porta un messaggio chiaro: riformare la Costituzione richiede un metodo che non puoi comprimere. Richiede il Parlamento, il confronto, la mediazione. Richiederebbe la capacità di portare con sé una parte dell’opposizione, come accaduto per le grandi riforme della Prima Repubblica.
Invece questa riforma si è portata addosso sin dal primo giorno il marchio di fabbrica di una battaglia di parte: una parte politica contro i magistrati, il governo contro le toghe. Un copione vecchio, che ci riporta a Berlusconi e che gli italiani conoscono a memoria. E, forse, è anche per questo che hanno votato No?
Poi c’è l’altro lato della medaglia.
C’è un filosofo che torna utile qui: non Bauman, non Han, ma Tocqueville. Che già nell’Ottocento avvertiva che il rischio più grande per la democrazia non è la tirannia violenta, ma l’apatia dolce. La rinuncia volontaria alla partecipazione. Il disinteresse come forma sottile di abdicazione. Quando i cittadini smettono di votare, non è che la democrazia muore di colpo. Si assottiglia. Domenica e lunedì l’Italia ha fatto una cosa semplice e preziosa: ha votato. L’affluenza definitiva si è attestata al 58,9%. È già abbastanza per dirsi che la democrazia sta ancora in piedi. Non dimentichiamo che negli ultimi anni ci siamo abituati a un racconto dell’astensionismo come destino inesorabile, il voto come fastidio.
Le piazze del lunedì sera hanno completato il quadro. Oltre venti piazze organizzate in tutta Italia subito dopo la certezza dei risultati. Roma, Milano, Napoli, Bologna, Torino, Palermo. Gente che festeggiava per strada, non perché avesse vinto un campionato, ma perché aveva vinto un voto. Perché aveva esercitato un diritto e quel diritto aveva prodotto un risultato. C’è una differenza enorme tra la piazza che sfoga la rabbia e la piazza che celebra la partecipazione. Quella di lunedì sera era, almeno in parte, la seconda.
Non bisogna essere ingenui. Non tutte le piazze erano uguali, non tutti i cartelli erano nobili, non tutti i cori erano all’altezza del momento. Ma il senso di fondo, «siamo andati a votare, abbiamo contato, la nostra voce ha cambiato qualcosa», è sano. È il succo della democrazia rappresentativa. È quello che dovrebbe succedere sempre e che invece accade sempre meno.
E ora?
E arriviamo all’ultim’ora: le dimissioni. Giusi Bartolozzi si è dimessa da capo di gabinetto del ministro Nordio. Lo ha fatto anche il sottosegretario Andrea Delmastro. Meloni invece resta. Niente dimissioni, nessun voto anticipato, avanti fino a fine legislatura. È nel suo diritto. Il referendum costituzionale non è un voto di fiducia, e la Costituzione non prevede l’obbligo di dimissioni. Ma il problema non è giuridico. Il problema è politico: la vittoria del No – sarebbe banale non ammetterlo – priva la premier della sua aura di invincibilità.
È la prima sconfitta di una serie che potrebbe accelerare. A un anno dalle politiche del 2027, il campo largo esce galvanizzato, le opposizioni parlano già di primarie, Schlein canta vittoria. Il problema è che vincere un No non equivale ad avere un programma. E la giustizia, quella vera, quella che non funziona, resterà dov’è. Immobile, lenta, irrisolta.
Il popolo ha parlato. Qualcuno, però, dovrà tornare a occuparsi del problema. Questa volta, con più pazienza e, probabilmente, meno arroganza.








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