C’è un momento preciso in cui ho capito cosa volevo fare da grande. Non era in una redazione. Ma davanti a uno schermo, prima. E in un bar, dopo. Era l’undici settembre del 2001. E il mondo cambiava rotta. C’era fame di notizie, di informazioni. Ho così scoperto che era quello il mio mondo. Avrei potuto fare il giornalista ad altre latitudini, o longitudini. Ho, invece, scelto con ostinazione ed entusiasmo di restare qui per raccontare quel volto oscuro di una Sicilia che non si spiega. E con lei Palermo, con tutte le sue contraddizioni irrisolte, la sua bellezza ostinata, la sua capacità di farti amare ciò che ti ferisce.
Ho scelto il giornalismo perché credo ancora che raccontare sia un atto politico. Non nel senso deteriore del termine, non nel senso di appartenere a una fazione o servire un padrone. Politico nel senso greco: un atto che riguarda la polis, la comunità, lo spazio condiviso in cui viviamo e ci riconosciamo. Ogni pezzo scritto, ogni storia raccontata, ogni domanda posta a chi detiene il potere è un contributo alla tenuta di quel patto fragile che chiamiamo democrazia.
La Sicilia, in questo senso, è una palestra durissima. È una terra che produce storie enormi e le lascia spesso senza voce. Dove il silenzio non è mai neutro ma è quasi sempre scelto, quasi sempre conveniente a qualcuno. Ci sono pagine di cronaca ancora bianche, qui. Non perché i fatti manchino, ma perché mancano le persone disposte a scriverle senza calcolare il costo.
Ho imparato presto che fare giornalismo in Sicilia significa fare i conti con la propria irrilevanza percepita. Il giornalista locale è spesso trattato come una figura di secondo piano, confinato nei margini dell’informazione nazionale, condannato a raccontare ciò che Roma scoprirà sei mesi dopo come se fosse una novità. Eppure è proprio qui, nei territori, che le storie nascono. È qui che il potere si esercita nei modi più concreti e spesso più oscuri. È qui che si capisce davvero come funziona il paese.
Lavoro per il Giornale di Sicilia. Ho fatto radio e televisione. Oggi mi occupo del web. Ho scritto libri di saggistica e romanzi. Registro un podcast in cui cerco di portare la complessità del reale in un formato accessibile, senza tradire né l’uno né l’altra. Insegno ai ragazzi nelle scuole a distinguere una notizia vera da una falsa, a non fidarsi ciecamente di ciò che appare sui social, a usare il dubbio come strumento e non come debolezza.
In tutto questo, la Sicilia è rimasta il mio centro di gravità permanente. Non come limite ma come punto di osservazione privilegiato. Chi racconta da qui vede cose che dall’esterno non si vedono. Vede come le grandi narrazioni nazionali si frantumano a contatto con la realtà locale. Vede come le parole «legalità», «sviluppo», «innovazione» cambiano peso e significato quando le pronunci a Palermo piuttosto che a Milano. Non è provincialismo. È precisione geografica applicata al pensiero.
Sono un giornalista siciliano. Questo non è un dettaglio biografico da relegare in coda a un curriculum. È la condizione che ha plasmato il mio sguardo, il mio metodo, la mia voce. L’isola non è lo sfondo delle mie storie: è la lente attraverso cui le guardo.






