Surreale. Penso sia la parola migliore. Sì, perché c’è davvero qualcosa di profondamente surreale in questo folle dibattito che da settimane accompagna a Palermo la “riforma del catechismo” e delle prime comunioni. Anche a livello nazionale c’è stata una ribalta. Ma se andiamo a vedere insieme di cosa stiamo parlando… c’è da sorridere amaramente. Allora da una parte si discute di Eucaristia, catecumenato, maturazione della fede, rapporto tra bambini, famiglie e comunità ecclesiale. Dall’altra di fotografi, ristoratori, bomboniere, confetti, fioristi, sale ricevimenti e fatturati perduti.
Attenzione, dico subito una cosa a scanso di equivoci. Sono due questioni reali. Entrambe vere. Ma rendiamoci conto che appartengono a ordini differenti. Se c’è un errore che è stato commesso è stato proprio quello di lasciare che finissero per apparire come due tesi contrapposte. Ma davvero possiamo pensare che la Chiesa non possa stabilire quando un bambino debba accostarsi all’Eucaristia sulla base del fatturato del settore cerimonie? Non ci rendiamo conto di quanto questo possa essere folle?
E ovviamente metto in chiaro un aspetto per nulla marginale. Sbagliato sarebbe anche liquidare come moralmente sospetto chi segnala che una decisione ecclesiale produca conseguenze economiche su centinaia di famiglie. Ma rendiamoci conto che il danno denunciato da alcuni operatori del settore può esistere senza che questo attribuisca loro il diritto di intervenire sulla disciplina catechistica.
Le note
Anche l’Arcidiocesi in una nota del 21 settembre aveva individuato abbastanza bene questa distinzione. Riconosceva «le fragilità e le sofferenze del tessuto produttivo locale» ma ricordava nello stesso tempo che i sacramenti non possono essere subordinati alle consuetudini commerciali che nel tempo si sono sovrapposte alla loro celebrazione. E lasciava aperta la disponibilità a confrontarsi sulle conseguenze sociali ed economiche «ad altri livelli». È probabilmente questo il punto di equilibrio da cui non bisognerebbe allontanarsi. Perché una cosa è rappresentare una crisi economica, un’altra cosa è proporre alla Chiesa come organizzare un «corso intensivo» di catechismo affinché le Comunioni riprendano prima.
Tuttavia c’è stata una espressione che da cattolico mi ha colpito. Faccio riferimento alla nota del Consiglio pastorale del 2 ottobre che ha parlato di «pesanti e infondate pressioni mediatiche», di interessi di parte, arrivando a osservare che il significato dei sacramenti non sarebbe più chiaro neppure ad adulti «che si dicono cristiani» e conclude che il progetto non subirà modifiche, soprattutto se richieste da «meri interessi di parte». Se da una parte posso essere concorde nella volontà di tracciare un confine, dall’altro quando si dice che alcuni adulti che si dicono cristiani non avrebbero chiaro il significato dei sacramenti… beh, lì il rischio è trasformare una discussione pastorale in una prova di appartenenza, dividendo implicitamente il campo tra chi ha compreso la fede e chi sarebbe ancora prigioniero delle logiche del mondo.
I genitori
Ci sono oggi genitori battezzati, cristiani, che chiedono spiegazioni sui tempi, sull’età dei figli, sulla fase transitoria, sulla possibilità che un ragazzo arrivi all’Eucaristia a tredici o quattordici anni e che hanno tante perplessità che non possono essere collocati nella stessa categoria di una rappresentanza commerciale. Sono parte di quel Popolo di Dio che la stessa “ecclesiologia sinodale” chiede di ascoltare. E ascoltare non significa necessariamente accogliere la richiesta. Una Chiesa sinodale non è una Chiesa governata dai sondaggi e un vescovo non amministra una diocesi attraverso referendum permanenti (cosa ne uscirebbe fuori?). Ma neppure la sinodalità può ridursi alla consultazione che precede una decisione e terminare quando quella decisione incontra una resistenza. Leone XIV, nei giorni scorsi, parlando alla diocesi di Roma, ha indicato proprio il dialogo e la relazione come strumenti per superare «le spinte alla contrapposizione o all’isolamento difensivo». E, parlando di famiglie e giovani, ha chiesto una pastorale «solidale, empatica, discreta, non giudicante». Nello stesso discorso ha indicato esplicitamente la necessità di superare l’impostazione scolastica della catechesi, coinvolgere le famiglie e investire nella formazione continua dei catechisti. Ed eccoci finalmente alla questione importante.
Il problema
Penso seriamente che il problema non è se il catechismo debba durare tre anni o cinque. Il problema è che cosa succede durante quei cinque anni.
Il progetto di Palermo, letto integralmente, è molto interessante. Non propone di aggiungere due anni alle vecchie «lezioni di catechismo». Va molto oltre perché vuole abbandonare proprio quella logica. Insomma, meno modello scolastico, più Scrittura, liturgia, preghiera, carità e vita comunitaria. Si parla di coinvolgimento strutturale delle famiglie, di formazione dei catechisti, di ispirazione catecumenale.
Il documento afferma che il percorso ordinario dovrebbe andare normalmente dai sette ai dodici anni e insiste sul fatto che genitori e bambini debbano essere coinvolti in un itinerario integrato. C’è persino un elemento che avrebbe meritato, secondo me, una comunicazione molto più chiara. Nel testo generale si parla di un itinerario quinquennale e della celebrazione dei sacramenti nel quarto e quinto anno. Entrando però nella descrizione dettagliata, il quarto anno è quello nel quale i ragazzi vengono preparati più intensamente all’Eucaristia e alla Confermazione e completano l’iniziazione, per passare poi alla fase denominata «Vita Nuova», cioè all’inserimento più pieno nella comunità. Il tanto discusso bambino che fa la Comunione a tredici o quattordici anni nasce dunque soprattutto dall’impatto della fase transitoria e dall’età di ingresso di determinate classi, non dalla configurazione ordinaria pensata a regime.
La riforma
Una riforma così profonda, e bella per molti aspetti, avrebbe avuto bisogno, accanto al documento teologico-pastorale, di una comunicazione quasi elementare: mio figlio ha sette anni, cosa succede? Ne ha nove, cosa succede? Ne ha dieci? Quando riceverà l’Eucaristia? Cosa farà l’anno successivo? Una tabella avrebbe secondo me evitato una parte considerevole della confusione. Quando una famiglia deve decifrare un progetto di decine di pagine per capire a quale età il proprio figlio farà la prima Comunione… è vero può esserci un problema di comprensione da parte delle famiglie. Ma appunto per questo forse si sarebbe dovuto fare qualcosa in più e di diverso. Visto che parliamo di famiglie che magari non sono vicine, di estrazioni differenti, di vissuti profondamente diversi.
C’è poi una questione più seria che la polemica su confetti e ricevimenti rischia di nascondere. Ma qui è un dubbio che troverà una risposta nel tempo. La Chiesa palermitana dispone delle risorse ecclesiali necessarie a fare ciò che il progetto promette?
Cinque anni non producono automaticamente cinque anni di fede. Tutto dipende dalla qualità delle comunità, dalla preparazione dei catechisti, dalla loro età, dal ricambio generazionale, dalla capacità dei parroci di seguirli, dall’effettivo coinvolgimento dei genitori e dalla presenza di una proposta per i ragazzi dopo i sacramenti. Lo stesso progetto palermitano riconosce che la formazione rinnovata dei catechisti costituisce uno dei suoi cardini e che la catechesi non può essere delegata al singolo volontario ma deve diventare responsabilità della comunità. È esattamente ciò che chiede anche il Documento finale del Sinodo: formazione integrale e permanente, responsabilità condivisa e una catechesi capace di diventare «laboratorio di dialogo», rompendo la logica per cui la comunità delega semplicemente tutto ai catechisti.
Il Papa
E Leone XIV, parlando ai vescovi italiani nel maggio scorso, è stato chiarissimo: l’iniziazione cristiana non può essere ridotta alla preparazione ai sacramenti; deve essere il «grembo» nel quale una comunità genera alla fede. Che la riforma di Palermo sia dentro una traiettoria molto più ampia della sola diocesi siciliana è fuor di dubbio. Ma l’ispirazione corretta non garantisce automaticamente il risultato. Anzi, proprio il Sinodo insegna che bisogna verificare le pratiche. La fase mondiale di attuazione continuerà fino al 2028 e la stessa Segreteria del Sinodo sta chiedendo alle Chiese locali di riconoscere i frutti, le difficoltà e le conversioni ancora necessarie. Parlare oggi di «successo» del modello sinodale sarebbe dunque prematuro.
I segnali
Esistono però segnali interessanti. In Francia, per esempio, oltre 13 mila adulti hanno ricevuto il Battesimo nel 2026, più del triplo rispetto a dieci anni prima; considerando anche gli adolescenti, i catecumeni battezzati quest’anno superano i 21 mila. Leone XIV, incontrando a settembre catecumeni e neofiti francesi, ha invitato a immaginare una Chiesa «in stato di iniziazione», fondata su accompagnamento duraturo, liturgia, formazione e rispetto dei ritmi personali. Non significa che il catecumenato abbia magicamente prodotto quei numeri. Significa però che, in una società scristianizzata, il paradigma dell’iniziazione appare probabilmente più adeguato del vecchio automatismo sacramentale. Anche perché il modello precedente mostra da tempo crepe evidenti.
La domanda seria arriverà fra qualche anno. Quanti di quei bambini continueranno a frequentare una comunità dopo aver ricevuto i sacramenti? Quante famiglie avranno riscoperto una pratica di fede? Quanti catechisti saranno stati formati davvero? Quanti ragazzi percepiranno la parrocchia non come il luogo dove bisogna accumulare presenze prima di una cerimonia ma come una comunità alla quale appartenere?






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