Da giornalista e, per mia incurabile debolezza, da appassionato di politica, in questo momento ci sono due domande che mi interessano pochissimo. La prima è quanto valga Vannacci. La seconda è se entrerà o meno nel centrodestra. Per la contabilità elettorale ci sono i sondaggisti; per il toto-coalizioni, invece, abbiamo già un Paese magnificamente attrezzato (e non solo su temi politici…). La domanda seria, a mio avviso, è un’altra. Perché una parte degli italiani sente il bisogno di Vannacci? È da questa risposta, molto più che da qualche decimale nei sondaggi o da una fotografia con Meloni, Salvini o chiunque altro, che si capirà qualcosa del prossimo passaggio politico italiano. Anche alla luce… dell’Est e dell’Ovest.
Sono qui perché avevo bisogno di dare una risposta a un caro amico che, numeri alla mano e con la sicurezza e rigidità di chi considera la matematica poco incline al diritto di replica, mi ha spiegato che quelli che ho fatto sono ragionamenti da Prima Repubblica. C’è una cosa in cui ha ragione: Futuro Nazionale, all’appuntamento con le suppletive, ha ottenuto il 10,94 per cento. E quel numero non si discute. Ciò che non sono stato in grado di spiegare in un affannoso scambio via chat è che l’analisi va fatta su quello che il numero racconta. Fino a quando siamo lì ad attribuire una percentuale a un partito… beh, quella è aritmetica. Se invece dobbiamo stabilire quanto di quella percentuale dipenda dal partito, dal suo leader, dal candidato, dal suo radicamento personale, dall’affluenza e dalle caratteristiche del collegio… il campo è un altro e si chiama analisi politica. E forse è proprio questo il mio irrimediabile vizio da Prima Repubblica. Non mi “accontento” di sapere quanti voti sono entrati nell’urna. Per me è importante capire da dove siano arrivati. I numeri, del resto, non mentono. Verissimo. Ma è altrettanto vero che hanno il pessimo vizio di non spiegarsi da soli… come invece fa il marinaio con le vele al vento.
Parto dallo spazio che si crea tra queste due affermazioni: “La rappresentanza senza governabilità produce impotenza”, “la governabilità senza rappresentanza produce altra protesta”. Reggio Calabria non ha dato agli italiani una risposta definitiva su chi si colloca tra le due affermazioni. Ha consegnato un avvertimento. Facciamo finta che la rappresentanza politica italiana sia un’auto. Vannacci potrebbe essere una spia accesa sul cruscotto. Ci sta segnalando che, sotto il cofano di quella rappresentanza democratica, qualcosa non giri più come prima.
Le suppletive di Reggio Calabria-Locri hanno avuto almeno un merito. Ci hanno fatto passare dai sondaggi ai voti. Fabio Roscioli, sostenuto dal centrodestra, ha ottenuto il 51,02 per cento, Frank Benedetto il 36,59, Domenico Giannetta per Futuro Nazionale il 10,9. Ma ha votato appena il 22,34 per cento degli aventi diritto. C’è poi un dettaglio che dettaglio non è. Giannetta ha raccolto 8.226 voti; alle regionali calabresi del 2025, candidato con Forza Italia, ne aveva ottenuti 10.403. So bene che parliamo di elezioni diverse, sistemi diversi, affluenze diverse… Ma una cosa possiamo dirla: Vannacci ha affrontato il suo primo test con un candidato che possedeva già un radicamento personale. Dunque quel 10,9 non è la fotografia dell’Italia. Ma non voglio archiviarlo come dato irrilevante. Tradotto e sintetizzato: Vannacci non ha sfondato, ma esiste.
E perché Vannacci esiste? Perché ha trovato un elettorato e, cosa assai più importante, ha trovato anche il modo di parlarci. La formula funziona: individua un conflitto, costruisce un’identità, indica un avversario e offre una risposta che non richiede un master per essere compresa. Sicurezza, confini, patria, famiglia, sovranità, élite. Poche parole, capaci di mettere inquietudini diverse sotto lo stesso tetto. È la sua forza. E potrebbe essere anche il suo limite. Perché una cosa è raccogliere consenso l’altra è governare… Prima o poi, infatti, tutte le forze nate dalla contestazione incontrano un avversario assai meno suggestivo delle élite: la realtà. E la realtà pretende classe dirigente, amministratori, competenze economiche, mediazione e soluzioni che funzionino anche quando il comizio è finito. Governare significa prendere una parola d’ordine e trasformarla in una norma, trovare i soldi, convincere una maggioranza a votarla e fare i conti con Costituzione, bilancio dello Stato, Bruxelles e impegni internazionali. Tutti interlocutori notoriamente poco impressionabili dagli slogan. È famigerato passaggio dalla piazza alla Gazzetta Ufficiale. Ed è proprio qui che Vannacci diventa interessante anche per chi non lo voterebbe mai. La sua capacità di intercettare una parte del Paese racconta parecchio delle debolezze degli altri. La capacità di trasformare quel consenso in governo, invece, dovrà ancora raccontarci qualcosa di lui.
Fratelli d’Italia affronta probabilmente il rebus più sofisticato. Da una parte c’è l’incudine: inseguire Futuro Nazionale sul terreno identitario con il rischio di legittimarne l’agenda. Dall’altra c’è il martello: ignorare quelle domande e lasciare libero uno spazio politico che qualcuno, evidentemente, è disposto a occupare. Giorgia Meloni prova così a tenere insieme due dimensioni senza al momento rimanerne schiacciata: una destra identitaria sul piano interno e una destra di governo saldamente collocata nel sistema occidentale. Ed è proprio qui che la distanza con Vannacci da tattica potrebbe diventare strategica.
Meloni ha detto chiaramente di non essere disponibile ad allearsi con chi vota contro il sostegno all’Ucraina. Vannacci sostiene invece una linea diversa: è contrario alla prosecuzione delle forniture di armi a Kiev, rivendica maggiore autonomia italiana dentro Ue e Nato e ha indicato come riferimento una presenza nell’Alleanza «alla turca». Al Parlamento europeo siede inoltre nell’Europa delle Nazioni Sovrane, il gruppo nel quale è presente anche AfD, e sull’Ucraina ha già votato in modo differente da Fratelli d’Italia. E allora arriva il punto. Meloni e Vannacci possono forse trovare una mediazione sui voti. Molto più difficile trovarla sulla geopolitica. Perché una coalizione può sopportare parecchie differenze, ma quando arrivano sul tavolo Nato, Ucraina, Russia, difesa europea e rapporti con Washington non basta convocare un vertice di maggioranza e invocare il “volemose bene“. L’eventuale rapporto tra Fratelli d’Italia e Futuro Nazionale si gioca su una domanda molto seria: quale politica estera avrebbe quella coalizione il giorno dopo le elezioni?
Ricordiamoci che le prossime elezioni si svolgeranno facendo i conti con una guerra ibrida, una Nato che cambia, un’Europa sotto pressione e un rapporto con Washington meno scontato di ieri. Meloni ha scelto una collocazione nettamente atlantica mentre Vannacci propone maggiore autonomia da Bruxelles e dalla linea occidentale sull’Ucraina. È una contraddizione che un’eventuale coalizione dovrebbe risolvere prima del voto, non al primo Consiglio europeo dopo averlo vinto. Avere due politiche estere è più complicato: Putin, Trump e la Nato non partecipano alle riunioni di coalizione.
E allora torniamo alla Prima Repubblica e al mio caro amico. Ha ragione: bisogna saper contare. Ma la politica comincia esattamente un secondo dopo. Quando, finiti i conti, bisogna governare.







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