Vannacci è la spia accesa della politica italiana

2 risposte a “Vannacci è la spia accesa della politica italiana”

  1. Avatar Gianluca (l'amico citato)
    Gianluca (l’amico citato)

    Caro amico,

    con lo spirito d’affetto che anima la nostra (più che solida) amicizia, prendo l’invio del link al tuo articolo come un invito a esercitare il mio diritto di replica. 😄

    Ad ogni modo, ci siamo troppo soffermati sull’ameno belligerare intorno a dati, matematica e statistica… e ciò ci ha impedito di approfondire i temi più importanti.

    Partiamo dall’equivoco sulla Prima Repubblica.
    Io sostenevo esattamente il contrario: dopo il suo tramonto, segreterie politiche, classi dirigenti e commentatori hanno dimostrato, troppo spesso, una clamorosa incapacità di leggere e interpretare correttamente sondaggi e dati elettorali. E se si sbaglia la diagnosi numerica, è abbastanza probabile che sia sbagliata anche la strategia politica che vi si costruisce sopra.

    La storia recente ci offre qualche esempio clamoroso.

    Un movimento nato attorno a un comico, passato da un “vaffanculo” alle liste civiche, fu a lungo trattato come un fenomeno folcloristico. Nel 2013 il Movimento 5 Stelle diventò, invece, il primo partito alla Camera con oltre il 25% dei voti. I segnali c’erano. Eppure, i principali attori della politica del tempo riuscirono perfino a manifestare stupore.

    Qualche anno dopo, ricordo bene il centrodestra che guardava alla ‘piccola Giorgia’ quasi con condiscendenza. Nel 2018 Fratelli d’Italia era ancora al 4,23% al Senato; appena quattro anni dopo sarebbe arrivato al 26,04%, diventando la prima forza della coalizione e portando quella stessa Giorgia, ormai tutt’altro che piccola, a Palazzo Chigi. Anche allora i segnali c’erano, ma nessuno nella coalizione seppe leggerli davvero. Gli alleati preferirono amministrare il vantaggio contingente, accomodandosi con una certa solerzia nelle poltrone ministeriali di un inedito Governissimo, come se i rapporti di forza fossero destinati a rimanere immutati. L’intermezzo fu breve. Il prezzo politico… salatissimo.

    In entrambi i casi, il problema non fu che i numeri non esistessero. Il problema fu capire che cosa stessero anticipando.

    Ed è qui che arriviamo a Vannacci.

    Sul punto centrale del tuo articolo (come su tante altre riflessioni), concordo pienamente: Vannacci è una spia accesa della politica italiana. Aggiungo soltanto una cosa: non è una spia qualsiasi.

    È la spia del motore.

    Perché? Vannacci esiste politicamente per una ragione precedente a Vannacci stesso: una parte dell’elettorato ritiene che il sistema politico non assolva più adeguatamente alla funzione di selezionare competenza, rappresentanza e capacità decisionale.

    La democrazia rappresentativa nasce anche da questo: il cittadino non deve necessariamente conoscere politica monetaria, geopolitica, diritto europeo o bilancio pubblico. Deve poter scegliere persone che possiedano gli strumenti per decidere su quelle materie.

    Il cortocircuito arriva quando quello stesso cittadino percepisce che chi deve decidere ne sappia quanto lui – spesso, meno di lui – e sia arrivato lì attraverso apparati, fedeltà personali, marketing politico o becero populismo.

    A quel punto non cerca necessariamente un estremista. Cerca qualcuno che gli trasmetta autorevolezza, preparazione e capacità di decidere.

    Ed è qui che Vannacci intercetta qualcosa.

    Condivisibili o meno, propone valori, identità e gerarchie valoriali esplicite, in una società in declino. Rompe deliberatamente con il linguaggio del politicamente corretto. Dà una forma a ciò che molti considerano ovvio, smette di parlare soltanto alla pancia e prova a parlare al cuore di un elettorato ferito da quella che percepisce come un’Italia ancora feudale, fatta di vassalli, valvassini e valvassori di ogni sorta.

    Contemporaneamente, non costruisce la propria comunicazione sul modello dell’urlatore permanente: si presenta come uomo formato, parla con sicurezza, articola un ragionamento e soprattutto comunica una cosa politicamente potentissima: “io so cosa fare”. L’uomo carismatico!

    Che questa rappresentazione corrisponda poi alla capacità concreta di governo è un’altra questione. Ma, nella fase genetica di un movimento politico, conta innanzitutto che una parte dell’elettorato percepisca come credibile questa rappresentazione.

    Ed è proprio qui che nasce la mia preoccupazione. E, sia chiaro, non la ritengo endogena al suo partito. Tutt’altro.

    Temo che le stesse forze politiche, che hanno contribuito a creare le condizioni perché fenomeni di questo tipo emergessero, commettano adesso il secondo errore: invece di comprenderli, tentino semplicemente di isolarli e comprimerli.

    Un movimento che si presenta come identitario, sottoposto a una pressione costante verso i margini, può reagire radicalizzandosi. E la radicalizzazione può produrre una dinamica pericolosa: posizioni sempre più nette per mantenere mobilitata la propria base; trasformazione del conflitto politico in conflitto identitario; delegittimazione reciproca tra partiti e istituzioni; rafforzamento della narrativa secondo cui “il sistema” tenterebbe di impedire a una parte dell’elettorato di essere rappresentata.

    Può innescarsi un circuito di retroazione: più isoli una forza perché la consideri radicale, più rischi di fornirle argomenti per radicalizzarsi; più si radicalizza, più ritieni necessario isolarla.
    Guardiamo alla Germania. Affrontare il fenomeno, prevalentemente, attraverso l’esclusione rischia di evitare la domanda essenziale: perché tanti cittadini hanno deciso di rivolgersi proprio a quella forza?

    Nell’attuale contesto sovranazionale questa dinamica diventa ancora più delicata, perché alle questioni interne si sovrappongono Ucraina, Russia, Nato, Gaza, Medio Oriente, sovranità europea e rapporti con gli Stati Uniti.

    Ciò premesso, vado alla tua conclusione:

    «Ha ragione: bisogna saper contare. Ma la politica comincia esattamente un secondo dopo. Quando, finiti i conti, bisogna governare».

    Ecco, credo che la nostra incomprensione nasca e muoia esattamente qui.

    Per me la politica non comincia esattamente un secondo dopo.
    Deve, necessariamente, cominciare prima!

    Perché, se di politica stiamo parlando (quella vera), devi prima saper leggere ciò che accade, cogliere i segnali deboli, interpretare correttamente i numeri e capire dove stanno andando la società e l’elettorato. Solo allora puoi costruire una strategia per risolvere i problemi del Paese, selezionare una classe dirigente e immaginare un programma di medio-lungo periodo.

    Altrimenti non governi: rincorri.

    Rincorri il problema quando è già esploso. Rincorri l’elettore quando se n’è già andato. Rincorri il consenso quando hai già perduto la capacità di orientarlo.

    Ed è forse questa una delle grandi patologie dell’Italia successiva alla Prima Repubblica: pezza dopo pezza, emergenza dopo emergenza, campagna elettorale dopo campagna elettorale. Incapacità di anticipare i fenomeni, poca visione strategica e una classe dirigente, troppo spesso, selezionata a peso e non per qualità: quanti voti porti, quante tessere controlli, quanti amministratori muovi.

    Viceversa, aspettiamo che il problema si presenti, corriamo a tamponarlo e, quando ormai è davanti agli occhi di tutti, costruiamo una narrazione che ne attenui le cause, ne mistifichi gli effetti e possibilmente individui qualcun altro a cui attribuirne la responsabilità.
    Personalemtne, ritengo che sia proprio così che, invece di governare i fenomeni, si finisca per rincorrerli.

    Ecco perché continuo a pensare che Vannacci sia una spia accesa. Ma non quella della pressione delle gomme. Quella del motore.

    La politica dovrebbe capire perché quella spia si sta accendendo, prima che il motore si fermi. La politica che rincorre, invece, aspetta che il motore sia già fermo e poi cerca qualcuno a cui dare la colpa.

    In definitiva, quello che volevo dirti con il mio primo messaggio era molto più semplice: a mio giudizio, Futuro Nazionale, con un partito nato da pochi mesi, alle suppletive ha ottenuto un ottimo risultato che merita di essere letto con attenzione.

    Liquidarlo contrapponendo gli 8.226 voti di oggi alle 10.403 preferenze raccolte da Giannetta con Forza Italia nel 2025, senza ponderare le diverse basi elettorali e senza normalizzare i dati, significa confrontare grandezze che non sono immediatamente omogenee. I miei calcoli che ti portavano a un +129,7%, di converso, non dimostravano nulla da soli: quale quota dell’incremento sia attribuibile a Vannacci, a Giannetta o alle caratteristiche specifiche della consultazione. Ma, certamente, impedisce di utilizzare il semplice accostamento ‘10.403 contro 8.226’.

    Il contesto rende il dato interessante: bassissima partecipazione e un territorio nel quale le coalizioni tradizionali disponevano di una fitta rete di amministratori, sindaci, assessori, consiglieri e strutture locali capaci di mobilitare il voto. Dobbiamo tenere conto di questi elementi, per scongiurare il rischio una lettura incompleta, poco utile tanto a chi guarda con interesse a Vannacci quanto, soprattutto, a chi non vorrebbe vederlo governare il Paese o le nostre amministrazioni.

    Sottovalutare un fenomeno politico non lo rende più piccolo. Ti impedisce soltanto di accorgerti, per tempo, di quanto stia crescendo e… quanto te ne accorgi… hai già smesso di governarlo: lo stai rincorrendo.

    P.S.
    Una cosa, però, voglio dirla senza ironia. Se ho dedicato tanto tempo a questa replica è perché considero le tue riflessioni meritevoli di una risposta altrettanto ragionata.
    Hai il dono di provocare (nel senso più nobile del termine, con garbo, conoscenza, competenza) e di costringere chi legge a fermarsi, ragionare e, chissà, mettere in discussione le proprie convinzioni.
    In un tempo in cui troppo giornalismo cerca conferme e appartenenze, considero prezioso chi riesce ancora ad alimentare un confronto, senza ridurlo a tifoseria. Riconosco nel tuo lavoro quella funzione che dovrebbe essere propria del buon giornalismo: non dire al lettore cosa deve pensare, ma offrirgli abbastanza materia e abbastanza intelligenza perché senta il bisogno di pensare.

    Grazie, amico mio.

  2. Avatar Giovanni Villino

    Caro Gianluca, alla fine abbiamo scoperto che tra numeri, spie, motori e Prima Repubblica siamo molto meno distanti di quanto ci divertiamo a far credere anche a noi stessi 😄 Ma la cosa più bella resta un’altra: poter discutere così, anche con ostinazione, sapendo che dietro ogni parola ci sono stima, affetto e il piacere autentico di mettere alla prova le proprie idee con qualcuno di cui si riconoscono intelligenza e onestà intellettuale. Il tuo post scriptum vale più di qualunque controreplica e ricambio ogni parola. Grazie, amico mio. Continuiamo a non essere d’accordo: sarebbe davvero un peccato privarci del divertimento ❤️

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