Memoria, linguaggio e scuola politica. La cultura democristiana ha tanto dato all’Italia, quanto ha tolto. Ha prodotto stabilità, integrazione europea, crescita, consolidamento democratico ma ha contribuito alle degenerazioni clientelari, al consociativismo e all’immobilismo. E forse il paradosso più grande per la cultura democristiana sta proprio nell’aver costruito un sistema politico capace di durare quasi mezzo secolo, senza riuscire a consegnare al futuro un progetto politico altrettanto duraturo. La riflessione di oggi nasce dall’annuncio di Pier Ferdinando Casini di lasciare il Parlamento. Casini non si ricandida. Un annuncio che arriva mentre la politica sembra avere sempre meno bisogno di uomini capaci di mediare e sempre più la necessità di uomini capaci di dividere. Piccola premessa: non rimpiango un’età dell’oro (che non è mai esistita per questo nostro Paese). E non credo che Casini sia l’ultimo rappresentante della buona politica. Sarebbe un giudizio ingeneroso verso chi continua a praticarla, spesso lontano dai riflettori con dignità e abnegazione. Credo però che il congedo di Casini ci possa portare a guardarci allo specchio per vedere ciò che siamo diventati.
L’annuncio di Casini
Oggi, domenica 11 ottobre, l’annuncio attraverso i media: Pier Ferdinando Casini esce dal Parlamento, almeno alla conclusione di questa legislatura. Non intende ricandidarsi. Un’intervista molto bella sulle pagine del Corriere della Sera e una lettera aperta su QN. Non so se sia davvero il suo ultimo atto pubblico. Potrebbe esserlo, oppure no. In casi come questo è bene non sbilanciarsi, anche perché alla fine di questa mia riflessione c’è una suggestione che voglio condividere. Quello di cui ho comunque consapevolezza è che se Casini dovesse veramente lasciare, porterà via con sé un pezzo di una Repubblica che tanti hanno conosciuto, pochi ricordano e molti ignorano. Oggi la politica sembra essere diventata l’arte di sconfiggere in modo definitivo l’avversario. La cultura democristiana, invece, pur non eliminando la durezza del conflitto politico, ha trasformato il nemico in un avversario. Insomma qualcuno che si può combattere politicamente senza negargli il diritto di esistere.
La politica che sapeva trattare
Casini è stato democristiano, protagonista del centrodestra berlusconiano, leader centrista e infine parlamentare indipendente sostenuto dal centrosinistra. Si può leggere questa traiettoria come una straordinaria capacità di sopravvivenza politica, fatta anche di convenienza e calcolo. È una lettura legittima, ma incompleta. Perché il punto non è negare quelle che possono essere definite le contraddizioni di Casini, quanto comprendere una cultura politica nella quale il compromesso non era necessariamente sinonimo di opportunismo. Comprendere questo significa comprendere una caratteristica fondamentale della tradizione politica italiana. La Democrazia cristiana non cancellava il conflitto, anzi seppe per certi versi alimentarne di profondi. Ma aveva sviluppato una straordinaria capacità di governarlo all’interno del proprio universo politico. Il suo limite fu anche quello di aver trasformato, talvolta, la necessità di mediare nella necessità di conservare il potere.
Una democrazia senza zone intermedie
Date un’occhiata agli ultimi dibattiti pubblici cui avete assistito, riprendete le parole degli urlatori di piazze soprattutto virtuali… ed eccoci alla progressiva (e apparentemente inesorabile) delegittimazione della moderazione. Ormai l’essere moderati viene confuso con l’essere indecisi. Così come il cercare un’intesa equivale a tradire un principio. O, ancora peggio, riconoscere una ragione all’avversario significa indebolire la propria appartenenza. Siamo arrivati al trionfo della politica come mero esercizio di fedeltà (a cosa?). Ma questo basta e serve alla democrazia? La ricerca di soluzioni che fine ha fatto?
I social hanno probabilmente avuto un ruolo centrale nell’accelerazione di questa trasformazione. Premiano la reazione e non la riflessione. Il politico cerca la frase definitiva e non il ragionamento articolato. L’indignazione, non la comprensione. Ma il problema, secondo me, va al di là degli algoritmi. La politica ha sostituito in modo non troppo graduale la rappresentanza degli interessi con la mobilitazione delle emozioni. E quando parli alla pancia della gente mettendo in mezzo paure, rancori e appartenenza finisci per fare apparire sospetta ogni mediazione.
Una società senza mediazioni è più esposta ai rapporti di forza e meno democratica.
Un centro scomparso nelle urne
Alla vigilia di ogni tornata elettorale assistiamo “quasi sempre” a una sorta di seduta spiritica collettiva in cui viene evocato il Centro. Tutti lo vogliono, tutti lo cercano, periodicamente lo rifondano… Alle volte le operazioni di ingegneria elettorale sono davvero surreali e finiscono per creare un luogo in cui si incontrano solo gli scontenti della destra e della sinistra, inserendo personalità esperte, rapporti parlamentari e accordi tra dirigenti.
Per chi cerca, invece, un centro di gravità permanente capace di conciliare libertà individuale e responsabilità collettiva, mercato e giustizia sociale, sicurezza e diritti, sovranità democratica e integrazione europea… c’è solo da aspettare e sperare che ritorni l’era del Cinghiale Bianco… o della grande Balena Bianca?
Posto che si può essere moderati nei toni e radicali nella difesa dello Stato di diritto. Si può cercare il dialogo e opporsi con fermezza all’autoritarismo. Si può sostenere la necessità della difesa europea e, nello stesso tempo, considerare la diplomazia uno strumento essenziale di sicurezza. Il problema, forse, è che continuiamo a cercare il centro sulla scheda elettorale, quando dovremmo ricercare la cultura della mediazione nelle istituzioni. Perché si può essere centristi senza essere moderati e si può essere profondamente democratici senza occupare il centro dello schieramento politico. La moderazione dovrebbe essere una disciplina nell’esercizio del potere e non una coordinata sull’emiciclo.
Il Quirinale?
Lo annunciavo nelle prime righe. C’è una suggestione che è assai lontana dall’essere una previsione: Pier Ferdinando Casini potrebbe ancora essere un candidato alla Presidenza della Repubblica? Sul piano istituzionale non esiste alcun ostacolo. La fine del mandato parlamentare non preclude l’elezione al Quirinale. E la scadenza ordinaria del secondo settennato di Sergio Mattarella è nel 2029. Casini avrebbe allora 73 anni, una lunga esperienza parlamentare, la presidenza della Camera nel proprio curriculum e un patrimonio di relazioni politiche trasversali. Il suo nome, del resto, era già emerso nella partita quirinalizia del 2022. Ma il vero punto non è l’età, né il curriculum. Al Quirinale non serve un leader chiamato a vincere una battaglia politica, serve un garante di un equilibrio costituzionale che deve continuare a esistere anche quando le maggioranze cambiano.
In una fase di crescente polarizzazione, Casini potrebbe ancora essere una figura capace di dialogare con schieramenti diversi? Può un uomo che ha deciso di non rappresentare più una parte diventare, proprio per questo, più credibile agli occhi di chi dovrà scegliere una figura chiamata a rappresentare l’intera Repubblica? Non sappiamo se accadrà. Ma è un interrogativo che la decisione di Casini consegna alla politica.
Oggi leggo il suo ritiro dalle competizioni elettorali come una possibilità: far percepire maggiormente istituzionale sua figura. Certo, so bene che il Quirinale non è un premio alla carriera. Eppure, proprio in un tempo dominato dalla tentazione degli uomini “forti” potrebbe rivelarsi preziosa una personalità consapevole che il potere democratico trova la sua grandezza soprattutto nei limiti che sa rispettare.
Post scriptum
In fondo, il problema non è se Casini entrerà al Quirinale, né la scomparsa dei democristiani. Facciamo i conti con la progressiva dissoluzione delle strutture culturali e sociali che consentivano alla politica di formare una classe dirigente, di interpretare i bisogni collettivi e trasformare il conflitto in mediazione. E questo valeva per la cultura democristiana quanto per quella comunista, socialista e liberale. Oggi ci ritroviamo a fare i conti con una politica che comunica moltissimo ma che rappresenta sempre meno. Che cerca consenso ma che fa fatica a costruire appartenenza. Altro tema è la selezione della classe dirigente. Alle volte temo che possa esserci un riferimento sulla base della visibilità più che della preparazione. Ma questo è un mio “pensar male”.
Come società civile dovremmo recuperare il senso della politica come processo educativo, prima ancora che elettorale. Servono luoghi di formazione, corpi intermedi, partecipazione reale e soprattutto una visione della società che vada oltre la scadenza del prossimo sondaggio. Oggi abbiamo moltiplicato gli strumenti per dare voce a tutti ma abbiamo smarrito quelli che permettevano a quelle voci di diventare un progetto collettivo. Ed è forse da questa contraddizione che bisogna ripartire per ricostruire. Il che non significa restaurare i vecchi partiti… ma recuperare ciò che li rendeva necessari: la capacità di trasformare le idee in visioni, le differenze in confronto e la partecipazione in responsabilità. Dobbiamo ritrovare le ragioni per costruire il futuro.







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