Da stamattina, da quando ho letto il primo lancio di agenzia, non riesco a darmi pace. È qualcosa che mi angoscia da uomo e da padre. Milioni di persone fra qualche giorno potrebbero collegarsi attraverso il loro smartphone per assistere in diretta streaming alla morte di un uomo, alla sua fucilazione. E ancora più inquietante è il fatto che a organizzare questo “evento” non sia un’organizzazione terroristica, un gruppo criminale o un regime dittatoriale. No, stiamo parlando di una delle più importanti democrazie del mondo: gli Stati Uniti d’America.
Mi chiedo e vi chiedo: perché una società dovrebbe sentire il bisogno di trasformare un’esecuzione capitale in un evento pubblico? Perché rendere questo evento accessibile attraverso uno smartphone?
Nella storia le esecuzioni pubbliche sono state strumenti di potere. Nulla di nuovo sotto il sole. Il condannato veniva mostrato alla folla perché la sua sofferenza diventasse un messaggio chiaro per i sudditi o per i cittadini: se sbagli (ma non solo) lo Stato ti può punire, lo Stato ti può uccidere, lo Stato decide. Il progresso ci ha (aveva?) permesso di superare quella logica attraverso l’emancipazione dalla vendetta e dall’umiliazione pubblica. Oggi però rischiamo di tornare indietro. Con una aggravante. Prima avevamo bisogno di una piazza, e poteva esserci anche il timore di essere presenti. Adesso ci sono miliardi di schermi, piattaforme digitali e algoritmi capaci di trasformare la morte in un contenuto permanente. E, soprattutto, a disposizione di tutti.
Che cosa accade nella mente di un ragazzo?
Questo è uno degli aspetti che mi preoccupa maggiormente. Pensiamo a un adolescente che assiste a quella diretta. O che, più probabilmente, ne incontra qualche frammento sui social, estrapolato, commentato, montato con una musica, trasformato in un meme. Che cosa impara? Che esistono crimini terribili e conseguenze terribili? Forse… Ma potrebbe anche fare suo un messaggio molto più ambiguo. La violenza può essere accettata quando viene esercitata da chi possiede il potere e ottiene il consenso del pubblico. Quella ragazza o quel ragazzo potrebbe scoprire che una morte reale è qualcosa che si può aspettare, guardare e commentare… e perché no, anche condividere con una battuta macabra. In fondo il rischio che la sofferenza altrui possa trasformarsi in intrattenimento è concreto. Le reazioni, di certo, non saranno uguali per tutti. Alcuni ragazzi proveranno paura, altri disgusto, altri ancora curiosità. Ma cosa succede quando una immagine di violenza è ripetuta e priva di un adeguato contesto educativo. Temo che si stia progressivamente riducendo la sensibilità emotiva nei confronti della sofferenza. Per non parlare della confusione che si genera tra giustizia e punizione spettacolare, tra responsabilità e annientamento. Sino ad arrivare alla conclusione che più sei autorevole più sei capace di infliggere dolore….
La guerra prima della guerra
Altro aspetto di questa vicenda che trovo inquietante, e che va oltre la pena capitale, è il contesto storico nel quale tutto questo accade. Viviamo in un mondo attraversato da guerre, minacce nucleari, riarmo, propaganda e tensioni geopolitiche ad ogni angolo del globo. Il linguaggio militare è tornato con prepotenza nella nostra quotidianità. Me ne accorgo da giornalista. Parole come nemico, attacco, deterrenza e annientamento hanno sostituito le parole della diplomazia.
Con questa esecuzione in diretta streaming stiamo solo aggiungendo un tassello che ci fa assistere a una progressiva preparazione culturale delle società alla violenza. Dai libri di storia ma anche da alcuni romanzi, ho imparato che le grandi guerre, prima di essere combattute sui campi di battaglia, maturano nell’immaginario collettivo. Oltre ai linguaggi che cambiano, si irrigidiscono le appartenenze, si semplifica la distinzione tra bene e male, il nemico perde il volto umano e la forza viene presentata come dimostrazione necessaria di autorità. Ed è questo il rischio che intravedo.
Non tanto una regia occulta che prepara deliberatamente le coscienze alla guerra, quanto un processo più diffuso e forse proprio per questo più pericoloso che riguarda l’assuefazione alla violenza e la progressiva perdita della capacità di considerarla qualcosa di eccezionale. Quando la morte diventa un contenuto da trasmettere, quando l’eliminazione fisica di un uomo diventa una manifestazione pubblica di potenza, quando la compassione viene scambiata per debolezza, si modifica anche qualcosa nel rapporto tra i cittadini e il potere. E questo riguarda soprattutto le nuove generazioni, che stanno crescendo in un ambiente digitale nel quale la guerra è raccontata attraverso video, immagini, mappe degli attacchi, esplosioni e aggiornamenti in tempo reale.
Perché sono preoccupato?
La storia ci insegna che le società non precipitano nella barbarie da un giorno all’altro. Alle volte vi scivolano lentamente, abituandosi a considerare normali cose che pochi anni prima avrebbero giudicato inaccettabili. Il vero pericolo non è solo – perché c’è, inutile voltarsi da un’altra parte – che possa scoppiare una grande guerra. È che, prima ancora che accada, abbiamo già cominciato a considerarla possibile, sopportabile a livello emotivo e moralmente giustificabile. Io in quello che ho attorno riconosco un clima che preferisce usare la pace come una parentesi, per certi versi fisiologica, tra una dimostrazione di forza e l’altra. Io oggi ho preso un impegno: devo impedire con tutti gli strumenti che ho a disposizione che la nostra sensibilità venga “disarmata” gradualmente davanti alla violenza. Ma non è facile. E vi confesso: mi sento un po’ Sisifo.






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