Le guerre, le tensioni internazionali, le rivolte, le decisioni sempre più divisive dei governi, l’affermazione dei populismi… Ma c’avete fatto caso che in questi ultimi tempi si stanno ponendo le basi per ciò che potrà decretare l’inversione di una tendenza e il crollo di quello che fino ad oggi è stato il più grande partito politico italiano? Mi riferisco all’astensionismo.
Ho provato ad andare oltre le mie impressioni servendomi anche dell’intelligenza artificiale. A un sistema AI ho fatto raccogliere, confrontare e analizzare i dati elettorali degli ultimi anni e anche alcune ricerche scientifiche sulla partecipazione democratica. Purtroppo l’intelligenza artificiale non dà ragione, né supporta la mia teoria. I numeri che mi dà, al momento, raccontano tutta un’altra storia.
Alle politiche del 2018 votò il 72,9% degli aventi diritto. Nel 2022 siamo scesi al 63,9%. Alle europee del 2024 l’affluenza italiana si è fermata al 49,69%, per la prima volta sotto il 50%. Alle regionali del novembre 2025, in Campania, Puglia e Veneto, la media è stata del 43,6%, circa quattordici punti in meno rispetto a cinque anni prima.
Eppure penso che qualcosa di diverso oggi meriti attenzione. So bene che potrebbero essere sollevate delle critiche… ma voglio partire dal referendum costituzionale del marzo 2026. In quella occasione ha votato il 58,9% degli elettori. Una mobilitazione che può dimostrare come una questione percepita come importante possa riportare milioni di persone alle urne. Certo, una rondine non fa primavera. E le comunali di maggio, infatti, hanno registrato un’affluenza del 60,1%, quasi cinque punti in meno rispetto alle precedenti consultazioni. Anche in Sicilia i numeri meritano una riflessione a parte: alle regionali del 2022 votò il 48,62%, contro il 46,75% del 2017. Un piccolo incremento favorito probabilmente dalla contemporaneità con le elezioni politiche. E, forse, nulla di più.
Cosa aspettarci dal 2027?
La rabbia e la paura non portano necessariamente la gente al voto. Lo abbiamo visto pure in altre occasioni. Così come le proteste non si traducono sempre in partecipazione democratica. Ricordo a me stesso l’adagio: “piazze piene, urne vuote”. Certo è che quando un cittadino comincia a percepire che le decisioni politiche, a qualsiasi livello, possono modificare in concreto la propria vita, incidere sulle proprie libertà o compromettere il futuro dei propri figli, può cambiare anche l’atteggiamento nei confronti delle urne.
La mia ipotesi iniziale era che l’attuale instabilità internazionale e la radicalizzazione del confronto politico potessero determinare una diminuzione dell’astensionismo. I dati che sono stati elaborati dall’AI non consentono ancora di sostenerlo. Ma continuo a ritenere che il 2027 possa rappresentare un passaggio significativo per comprendere lo stato di salute della nostra democrazia.
Resta poi una considerazione che, da cittadino prima ancora che da giornalista, considero centrale e che mi spinge a non limitare a una celebrazione il ritorno di massa alle urne. Bisogna riflettere. Potremmo tornare a votare perché abbiamo cominciato a temere le conseguenze del lasciarla decidere agli altri. Oppure perché abbiamo recuperato fiducia nella politica. Di certo la politica sarà davanti a un bivio. Ma di questo parlerò successivamente.
Breve nota metodologica: per questa riflessione mi sono servito dell’intelligenza artificiale come strumento di supporto all’analisi e al confronto dei dati. Le fonti utilizzate comprendono il Ministero dell’Interno, la Regione, le rilevazioni elettorali pubblicate da Ansa e Sky Tg24 e lo studio di Marta Kołczyńska, «Does polarization increase participation? A systematic literature review and meta-analysis», European Political Science Review, Cambridge University Press, 2025. Le considerazioni e le interpretazioni sono personali.







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