Il tempo che passa e la fedeltà. Ho fatto il compleanno un paio di mesi fa ma non ho voluto lasciare traccia sui social. E non è stata una prova per chi mi è più o meno amico ![]()
Oggi però voglio lasciare traccia di una mia riflessione. Dal giorno del mio compleanno rifletto sul testo di un reel che l’algoritmo volle che mi apparisse.
Il 2027 è fra 4 mesi.
Il 2016 è stato dieci anni fa.
La pandemia è stata sei anni fa.
Chi è nato nel 2010 ha già sedici anni.
Gli anni Ottanta non erano vent’anni fa: sono più di quarant’anni fa.
E il 2005, ormai, è più lontano da noi di quanto lo sia il 2040.
Ho sempre pensato al futuro come a un luogo remoto e al passato come a qualcosa che ho appena lasciato. Oggi so di essere abbastanza grande da ricordare un mondo senza smartphone e abbastanza “giovane” da ritrovarmi a parlare di intelligenza artificiale come di una cosa normale.
La mia generazione è cresciuta con le musicassette, si è ritrovata a noleggiare Vhs, ha fatto i conti con il modem che fischiava e le fotografie che si potevano vedere soltanto dopo averle sviluppate. Sono uno Xennial, ovvero uno tra i nati tra il 1977 e il 1983. Una coorte che ha un rapporto particolare con il tempo. Abbiamo assistito all’accelerazione ma non ci siamo fatti travolgere. Noi siamo convinti di essere più o meno gli stessi. Forse è questo il più grande trucco o, meglio, magia che abbiamo ereditato dalle “stelle” da cui proveniamo. Noi, dentro, continuiamo a chiamare tutto “ieri”. Con una differenza: da giovane il tempo ci sembrava lento. C’era sempre un dopo: tempo per scegliere, cambiare strada, cominciare qualcosa, perfino per sbagliare. Oggi non sentiamo di avere meno tempo ma avvertiamo di più la sua velocità.
E forse è questa la vera differenza. Il passato è il luogo di ciò che siamo stati, il futuro quello di ciò che immaginiamo. Ma il presente è l’unico luogo del fare, l’unico tempo in cui la mia generazione può ancora cambiare tutto rimanendo ognuno fedele a se stesso.






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