Il pomeriggio dedicato a “Costruire pace a Palermo”, promosso dalla Consulta per la Pace e i Diritti Umani del Comune di Palermo, mi ha visto partecipare con un doppio ruolo: come componente della Consulta e come giornalista. Due prospettive diverse, ma unite da una convinzione sempre più forte: la pace è una pratica quotidiana che parte dal modo in cui comunichiamo.
E non a caso il tema del mio intervento era “Disarmare le parole”.
Viviamo in un tempo in cui il linguaggio è diventato spesso il primo campo di battaglia. I socialk, il dibattito politico, perfino l’informazione rischiano di trasformarsi in spazi dove prevalgono aggressività, semplificazioni, etichette e contrapposizioni. Eppure le parole hanno un peso enorme: possono alimentare paure e conflitti oppure costruire comprensione, fiducia e dialogo.
Per chi fa il mestiere del giornalista questa responsabilità è ancora più evidente. Raccontare i fatti non significa soltanto essere accurati. Significa anche scegliere un linguaggio che non esasperi gli animi, che non trasformi ogni differenza in uno scontro, che non ceda alla tentazione della spettacolarizzazione. Disarmare le parole non vuol dire rinunciare alla verità o addolcire la realtà. Vuol dire raccontarla con rigore, senza contribuire alla cultura dell’odio. È stato un pomeriggio ricco di interventi, sensibilità ed esperienze differenti. Un confronto autentico che ha dimostrato quanto Palermo possieda energie civiche importanti, persone capaci di mettersi in gioco e di immaginare percorsi comuni sui temi dei diritti, del disarmo, dell’ambiente, dell’educazione alla nonviolenza e della multiculturalità.
Eppure, uscendo dalla sala, mi è rimasta anche una sensazione. Manca ancora qualcosa. Manca il passaggio che trasformi questi incontri in una presenza stabile nella vita della città. Manca una rete ancora più ampia che coinvolga scuole, associazioni, università, mondo dell’informazione, imprese, istituzioni e cittadini. Manca la capacità di far uscire il tema della pace dai convegni per portarlo nei quartieri, nelle redazioni, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro. La pace si costruisce discutendone ma si costruisce anche creando occasioni continue di incontro, ascolto e corresponsabilità.







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