Da un lato ci sono nazioni impegnate perché si sottoscriva un piano di pace, dall’altro c’è un gruppo di persone che, con un carico di buone intenzioni, vuole forzare un blocco navale per aprire un corridoio umanitario.
In mezzo c’è una parte di mondo che soffre. Non ritengo sia solo un problema di tempistiche ma spesso le buone intenzioni non bastano. La pace non è soltanto una parola da sbandierare ma un percorso da costruire.
Ho visto in queste ore un filmato e sono rimasto basito. Non si può chiedere la liberazione degli ostaggi israeliani senza essere fischiati o, addirittura, richiamati all’ordine. Eppure continuo a sentire gridare la parola “pace” mentre si rifiutano soluzioni alternative per portare cibo e aiuti a un popolo ridotto alla fame.
Io non dimentico la tragedia del 7 ottobre, con il suo carico di sangue e violenza. E, allo stesso tempo, non riesco più a sopportare il racconto quotidiano di distruzione e devastazione su Gaza.
La pace non è un grido isolato, è un ponte. E i ponti si costruiscono da entrambe le parti, con fatica, con responsabilità e con memoria.
Colleghi e amici mi hanno detto che il dato positivo di questo tempo doloroso è il risveglio delle coscienze. La piazza torna a riempirsi. Spero che adesso si attivi un circuito virtuoso anche per tutte le altre nazioni in guerra, soprattutto per chi non ha voce e per chi non vede via d’uscita. Per chi continua a morire lontano dall’obiettivo di una macchina fotografica o di un telefonino. A chi non finisce in un reel o in un tiktok. A chi non ha gli strumenti per creare un hashtag che richiami l’attenzione.
Credo nella pace più di ogni altra cosa. È la mia fede laica, la mia direzione e il punto da cui non arretrerò mai. Ma la pace non può diventare un brand, né, tantomeno, piegarsi a slogan che soffocano il pensiero. Non accetterò mai l’idea che la parola “pace” venga usata per giustificare nuove forme di censura o dittature di pensiero.
Costruire un futuro di pace vuol dire accettare la fatica del dialogo, riconoscere le ferite di ciascuno e trovare il coraggio di trasformarle in ponti. Non c’è un futuro possibile senza il rispetto delle differenze, senza la ricerca di parole comuni che non cancellino ma valorizzino la pluralità.
La pace non si impone: si coltiva. E cresce soltanto laddove ogni voce trova spazio.
You may say I’m a dreamer
But I’m not the only one
I hope someday you’ll join us
And the world will be as one
