Meno assunzioni, più algoritmi. Dal Giappone alla Silicon Valley, il lavoro umano viene ridotto mentre cresce la potenza dell’intelligenza artificiale. Ma il vero problema non è la tecnologia: è la resa culturale. Ci stanno raccontando che è inevitabile. Non lo è. Dietro questa trasformazione c’è una scelta precisa: concentrare produttività, ridurre persone, comprimere diritti. Senza welfare, senza redistribuzione, senza governo politico della transizione, il rischio è uno solo. Ne parlo in questo episodio di Scalo a Grado.
C’è un dato che fa più rumore di tutti, anche se nessuno lo urla abbastanza forte. In Giappone, un paese che da anni affronta una carenza strutturale di manodopera, le aziende stanno riducendo le assunzioni di neolaureati. Non perché manchino le posizioni. Ma perché si ritiene che l’intelligenza artificiale possa occuparle. È una frase che, a leggerla bene, cambia tutto: il lavoro umano non è più una risorsa, è un costo. Non è più un valore da coltivare, è un’inefficienza da eliminare. E quando un paese come il Giappone, che ha sempre fatto del lavoro un codice d’onore, quasi una forma di identità collettiva, arriva a questa conclusione, qualcosa si è già rotto.
Negli Stati Uniti, la traiettoria è speculare. Meta licenzia a migliaia mentre sposta capitali enormi sull’intelligenza artificiale. Mark Zuckerberg lo ha detto con una chiarezza quasi brutale: i progetti che un tempo richiedevano grandi team vengono oggi completati da un singolo individuo altamente qualificato. Meno persone. Più tecnologia. Più concentrazione di potere nelle mani di pochissimi. Qualcuno chiama tutto questo progresso. Io lo chiamo scelta. E le scelte si possono discutere.
Il problema non è la tecnologia. È la narrazione. Continuiamo a raccontare questa fase storica come un processo inevitabile, come se l’automazione fosse una forza della natura… un’alluvione, un terremoto… e non una serie di decisioni prese da esseri umani con precisi interessi economici. Karl Marx avrebbe parlato di trasformazione dei rapporti di produzione. Max Weber di razionalizzazione estrema, di quella «gabbia d’acciaio» in cui l’efficienza diventa la gabbia stessa dell’esistenza. Martin Heidegger avrebbe visto nella tecnica non uno strumento ma una forma di dominio: non si usa il mondo, lo si mette a disposizione come riserva di risorse da sfruttare. Hannah Arendt avrebbe posto la domanda più radicale: che ne è dell’azione umana quando tutto diventa funzione?
Nessuno di loro sapeva cosa fosse un Large Language Model. Ma tutti avevano già capito il meccanismo. L’intelligenza artificiale non sta distruggendo il lavoro. Sta ridisegnando il potere. E lo sta facendo in assenza totale di contrappeso.
Non esiste un nuovo welfare adeguato alla scala della trasformazione. Non esiste una redistribuzione dei benefici generati dall’automazione. Non esiste, per ora, una politica industriale capace di governare il processo anziché limitarsi a rincorrerlo. Esiste solo l’adattamento. E l’adattamento imposto, quello senza alternative, senza voce in capitolo… è sempre, in qualche misura, una forma di resa.
Gli effetti sistemici sono già visibili. I giovani vengono espulsi progressivamente dall’accesso al lavoro qualificato, con una rottura del ricambio generazionale che avrà conseguenze su scala decennale. Le competenze si polarizzano: pochi altamente specializzati, molti marginalizzati e senza strumenti per rientrare. Il tessuto sociale si logora perché il lavoro non è solo reddito: è identità, comunità, appartenenza. Senza di esso, o con lavoro precario e intermittente, si indeboliscono le basi stesse della democrazia.
Günther Anders, il filosofo che fu tra i primi a riflettere sull’obsolescenza dell’umano nell’epoca della tecnica, aveva coniato una formula fulminante: l’uomo rischia di diventare «antiquato» rispetto alle proprie creazioni. Le macchine che costruiamo ci superano in velocità, in capacità, in resistenza. E noi, invece di governare questa distanza, ci limitiamo ad ammirarla. Non è un destino. È una possibilità. E le possibilità, a differenza dei destini, si scelgono.
Si può invertire questa tendenza? Sì. Ma non con una risposta tecnica. Con una risposta politica. Significa separare produttività e reddito: se l’intelligenza artificiale aumenta la produttività, il beneficio non può restare concentrato. Servono meccanismi reali di redistribuzione: reddito di base, partecipazione agli utili, nuove forme di proprietà dei dati. Significa rifondare il valore del lavoro umano, scegliendo deliberatamente di non automatizzare tutto ciò che è automatizzabile: la relazione, la cura, la creatività, il pensiero critico non sono residui arcaici che la macchina non sa ancora fare… sono il nucleo irriducibile di ciò che siamo. Significa governare la transizione con strategie vere, non con corsi di formazione distribuiti come cerotti su ferite profonde. E significa, soprattutto, rompere la narrazione dell’inevitabilità.
Questa è la battaglia più importante. Perché finché continuiamo a dire «è il futuro, non si può fare niente», abbiamo già smesso di pensare. E smettere di pensare, in un’epoca in cui le macchine pensano al posto nostro, non è neutralità: è complicità.
La vera domanda non è quanto velocemente crescerà l’intelligenza artificiale. La vera domanda è quanto velocemente sapremo difendere l’umano. Perché se non lo facciamo adesso con la politica, con la cultura, con la narrazione, il rischio non è perdere lavoro. È perdere la misura di ciò che siamo.








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