Ci sono libri che nascono da un’idea, altri da una storia che hai in testa da tempo. Mi sono perso nasce invece da un interrogativo che non ha mai smesso di bussare nella mia vita. Intrecciando realismo e simbolismo, questa domanda si insinua in un bambino di 12 anni che assiste allo sgretolarsi delle sue certezze, travolge un uomo di mezza età intrappolato nei suoi ricordi, salva una coppia che affronta il silenzio: tre viaggi diversi, un’unica domanda universale.
La mia auto, negli anni, è stata tante cose: rifugio, confessionale, prigione e compagna di viaggio. In quei momenti di sospensione, tra una partenza e un ritorno, tra un desiderio di fuga e la paura di ricordare, ho imparato che perdersi può essere l’unica direzione possibile. Non lo dico per ricorrere all’effetto paradosso. Pensateci bene: smarrirsi, in fondo, significa fermarsi, ascoltare quel vuoto che ci abita e che troppo spesso copriamo con pretesti, scuse e distrazioni.
È in quello spazio sospeso che ho trovato la materia di questo libro. Tre racconti, tre viaggi che attraversano speranza, amore e fede. Non li ho pensati come storie lineari ma come frammenti che oscillano tra l’onirico e il reale, tra ricordi nitidi e visioni che sembrano arrivare dal sonno. Non ho voluto dare indicazioni stilistiche rigide: ho lasciato che le voci, i volti e i luoghi venissero fuori da soli, come accade nei sogni che non controlliamo ma che, al risveglio, ci restano dentro. E chi ha già letto “I fantasmi di Monte Pellegrino” sa bene di cosa parlo.
Scrivere questi racconti è stato un modo di fare pace con alcuni errori, con certe nostalgie e con quella paura che ogni tanto ci costringe a fissare l’oscurità. Non è un libro di storielle “facili”: non offre al lettore soluzioni pronte né finali rassicuranti. È, piuttosto, un invito a smarrirsi insieme a condividere quel tratto di strada in cui ci sentiamo senza direzione perché solo perdendoci possiamo incontrare orizzonti nuovi, scoprire che dentro il buio si nasconde la possibilità di una luce, anche piccola, anche fragile. Ma c’è.
Mi sono perso è, in fondo, un dialogo con i ricordi e con i fantasmi, perché nessuno di noi è mai davvero solo. Vi invito a entrare in queste pagine senza fretta e con la disponibilità ad ascoltare più che a giudicare. Forse vi ritroverete in una parola, in un gesto o in un’ombra. O forse no. Ma se anche solo una frase riuscirà a risuonare dentro di voi, allora questo libro avrà compiuto il suo viaggio.
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