Perché la mafia a Palermo non è finita? La mafia non sopravvive per paura. Sopravvive perché funziona. Poche denunce su decine di estorsioni. Il resto è silenzio. In questa puntata di Scalo a Grado smonto il racconto rassicurante che la mafia sia un residuo del passato. È un meccanismo che funziona ancora oggi. Cosa nostra non è finita. Ha cambiato forma: meno rumore, più controllo. Pizzo, aste immobiliari, droga, imprese infiltrate. Ma il punto vero è un altro: non vive solo della paura. vive anche della convenienza. Ascolta il nuovo episodio di Scalo a Grado.
C’è un errore che ogni tanto ritorna, puntuale, nel racconto pubblico della mafia: pensare che Cosa nostra sia finita perché non spara più come negli anni delle stragi. È un errore comodo, quasi rassicurante. Ma la mafia non smette quando abbassa la voce. La mafia cambia grammatica. Meno spettacolo, più adattamento. Meno eclatanza, più penetrazione. La Direzione investigativa antimafia, nella relazione al Parlamento sui due semestri 2024, definisce Cosa nostra un fenomeno «estremamente complesso», radicato nella storia e nella società dell’isola; aggiunge che, nonostante le aggressioni ai patrimoni e gli arresti, a Palermo e nella Sicilia occidentale la mancanza di una leadership unica non ha dissolto l’organizzazione, ma l’ha spinta verso modelli di coordinamento più flessibili e intermandamentali.
E allora la prima domanda non è se la mafia esista ancora. La prima domanda è: in quale forma esiste oggi?
Esiste come potere che presidia il territorio e, insieme, come potere che cerca sbocchi nuovi nell’economia legale. La stessa relazione della DIA dice che Cosa nostra risponde alle operazioni di polizia con una «puntuale volontà di riorganizzazione» e con il tentativo di acquisire nuovi settori, tanto nelle attività illecite quanto nell’economia legale. I vecchi tratti mafiosi, scrive la DIA, non sono spariti: si sono evoluti in modelli «più dinamici e flessibili».
Questo passaggio è decisivo. Perché ci fa capire che il pizzo non è un reperto del Novecento. È ancora attuale, ma dentro un ecosistema più largo. Oggi accanto all’estorsione classica ci sono il traffico di droga, il controllo del gioco e delle scommesse online, l’acquisizione indiretta di attività economiche tramite prestanome, l’infiltrazione nelle decisioni degli enti locali e, appunto, l’interesse per circuiti formalmente legali come le aste immobiliari. La DIA colloca proprio le estorsioni tra i principali interessi criminali e le definisce ancora uno «strumento tradizionale di controllo territoriale»; allo stesso tempo indica gioco online, infiltrazione economica e uso di imprenditori compiacenti come elementi centrali del profilo mafioso contemporaneo.
Il caso di Brancaccio è illuminante perché tiene insieme due tempi storici della mafia. Da una parte il pizzo, cioè la “messa a posto”, il denaro chiesto agli imprenditori «per la famiglia», la pressione crescente, le minacce, il gruppo che torna più volte a farsi vedere, l’idea che il territorio abbia ancora un padrone. Dall’altra parte le aste giudiziarie, i testamenti falsi, la schermatura dei capitali, la costruzione di identità finanziarie di copertura. È la prova che Cosa nostra non ha sostituito il vecchio col nuovo: li ha sovrapposti. L’intimidazione non è stata archiviata. È diventata il fondale che rende possibili anche affari più sofisticati.
E qui arriviamo al pizzo.
Perché regge ancora?
Perché il pizzo non serve solo a fare cassa. Serve a misurare la sovranità mafiosa. Chi paga riconosce, anche senza dirlo, che esiste un’autorità parallela. Il denaro conta, certo. Ma conta ancora di più il gesto. Pagare significa accettare che qualcuno possa tassare il tuo lavoro. Significa riconoscere che il mercato, in quel quartiere, non è libero. È vigilato. La DIA lo dice con chiarezza: le estorsioni restano strumento di controllo territoriale; i Carabinieri, nel comunicato sull’operazione del 3 giugno 2025 in continuità con “Grande Inverno”, aggiungono che Cosa nostra è ancora «vitale e al passo coi tempi», saldamente ancorata al territorio, capace di incidere sul tessuto economico attraverso la “protezione mafiosa”, il narcotraffico e il controllo del gioco clandestino online.
Anzi, proprio perché la mafia sa che lo Stato la colpisce sul piano militare e patrimoniale, ha bisogno di ribadire continuamente la propria presenza simbolica. Il pizzo serve a questo: è una bandiera piantata nel quartiere. È una prova generale di obbedienza. Se tu paghi, non stai soltanto perdendo soldi. Stai dicendo che, in ultima istanza, il conflitto lo risolve ancora la mafia. E quando quella logica si consolida, il clan non ha più bisogno di usare sempre la violenza aperta: basta il nome, basta la visita, basta la memoria collettiva della minaccia. La DIA parla proprio di modalità sempre più “persuasive”, meno apertamente violente, ma ancora efficaci, fino all’imposizione di forniture, beni, servizi e manodopera a prezzi maggiorati.
C’è poi un passaggio più scomodo, ma essenziale.
Noi tendiamo a raccontare il pizzo solo come prodotto della paura. E invece non sempre è così. Addiopizzo, in un incontro pubblico del gennaio 2026, ha detto una cosa molto forte: a Palermo molti ancora pagano e tra questi c’è anche chi cerca la “messa a posto” come contropartita per ottenere vantaggi; per scalzare concorrenti, recuperare crediti, risolvere controversie con dipendenti o vicini. È una frase tremenda, ma spiega moltissimo. Perché mostra che il pizzo non sopravvive solo dove manca il coraggio: sopravvive anche dove c’è convenienza.
Questo è il punto più difficile da ammettere. La mafia è radicata perché non è solo organizzazione criminale. È anche un sistema di servizi illegali. Dove lo Stato è lento, costoso, distante o percepito come inefficace, la mafia si offre come scorciatoia. Ti recupera un credito. Ti sistema una lite. Ti protegge da un concorrente. Ti fa sentire inserito in una rete di protezione. Naturalmente è una protezione tossica, che poi presenta il conto. Ma nel breve periodo appare funzionale. Per questo il fenomeno mafioso è così tenace: perché non vive soltanto della paura che incute, ma anche dell’utilità che alcuni le riconoscono. Questo non assolve chi paga. Al contrario: spiega perché l’omertà non sia solo silenzio, ma spesso anche complicità strutturale.
E allora si capisce meglio anche il tuo punto di partenza: poche denunce.
Le poche denunce non sono semplicemente il segno che gli imprenditori hanno paura. Sono il segno che in molti casi il rapporto col clan resta ambiguo: subalterno, ma non sempre solo subìto. Nel caso di Brancaccio, tre imprenditori hanno denunciato, e proprio per questo sono stati esposti a incendi, minacce e pestaggi secondo il racconto emerso dalle cronache. Il fatto stesso che tre denunce su diciotto episodi facciano notizia dice quanta eccezionalità ci sia ancora, oggi, nella rottura del silenzio.
Adesso guardiamo l’altra faccia della questione: cosa dà ancora forza a Cosa nostra?
Primo: il radicamento sociale. La DIA usa proprio questa chiave, parlando di radicamento storico e sociale nell’isola. Questo significa che la mafia eredita linguaggi, complicità, parentele, reputazioni, reti di vicinato. Non ha bisogno ogni volta di ricominciare da zero.
Secondo: la capacità economica. La mafia investe, ricicla, reimpiega. La relazione DIA segnala un’azione forte dello Stato sul versante patrimoniale, ma segnala anche il persistente interesse mafioso per attività economiche, enti locali, agroalimentare, ristorazione, edilizia e altri segmenti dell’economia legale. Nel 2024, in Sicilia, sono stati emessi 201 provvedimenti interdittivi antimafia; 123 nell’area occidentale, e solo il prefetto di Palermo ne ha emessi 38, oltre a 7 misure di prevenzione collaborativa, in settori che vanno dall’edilizia alla ristorazione, dal trasporto merci ai servizi funebri, fino al commercio alimentare e al noleggio. Questo dato, da solo, dice che il rischio di contaminazione economica è ancora altissimo.
Terzo: la droga. Spesso quando si parla di mafia a Palermo il discorso pubblico resta inchiodato al pizzo. Ma gli stessi Carabinieri, nel 2025, hanno indicato nel traffico di stupefacenti una delle attività più remunerative e uno strumento decisivo di controllo del territorio, anche attraverso la gestione delle piazze di spaccio e la tassazione dei canali non autorizzati. In altre parole: il pizzo è il marchio del comando, ma la droga è una delle grandi pompe del denaro.
Quarto: la modernizzazione selettiva.
Cosa nostra non è diventata una startup criminale. Non ha abbandonato riti, gerarchie, linguaggio e territorialità. Però usa strumenti nuovi quando le servono. Il comunicato dei Carabinieri parla esplicitamente di uso dei moderni mezzi di comunicazione per sottrarsi alla pressione investigativa. E la DIA descrive assetti a “geometria variabile”, leadership fluide, modelli operativi più dinamici. Questo significa che la mafia non è arcaica: è ibrida. Sta nel presente senza smettere di sfruttare il passato.
Quinto: la crisi della fiducia civile.
Quando una comunità non crede che denunciare serva, oppure pensa che denunciare costi troppo in termini economici, reputazionali o personali, la mafia vince prima ancora del processo. Per questo contano i protocolli, gli sportelli, le reti di sostegno, il supporto psicologico e aziendale alle vittime. A Palermo, tra il 2024 e il 2025, si sono mossi sia la Prefettura sia soggetti del territorio: è stato firmato un protocollo contro l’usura con l’ABI, e nel 2025 è stato costituito l’Osservatorio provinciale sul fenomeno dell’usura, con dentro Banca d’Italia, fondazioni antiusura, Centro Pio La Torre, Addiopizzo e SOS Impresa. Sono segnali importanti, perché la repressione da sola non basta: serve una infrastruttura di fiducia.
A questo punto arriva la domanda decisiva: lo Stato vincerà sulla mafia?
La risposta seria è: lo Stato può vincere, ma non automaticamente; e non solo con gli arresti. I dati ci dicono che sul piano repressivo e patrimoniale lo Stato continua a colpire in modo duro: arresti di vertice, sequestri, confische, interdittive, indagini sofisticate. La stessa DIA rivendica che il duplice approccio, penale e preventivo-amministrativo, ha inciso sugli aspetti strutturali e sul potere economico delle mafie. Ma le stesse fonti mostrano anche l’altra verità: Cosa nostra reagisce, si riorganizza, cambia assetto, cerca nuovi settori e conserva una presa sociale sul territorio. Per questo, la vittoria dello Stato è possibile come risultato di lungo periodo, ma non è irreversibile se la società resta permeabile alla mediazione mafiosa. Questa è un’inferenza, ma è pienamente coerente con il quadro descritto dalle fonti istituzionali e dagli attori civici.
In sostanza: lo Stato può smontare la mafia come apparato militare, finanziario e organizzativo. Ma per batterla davvero deve toglierle il suo habitat. E l’habitat mafioso non è solo il covo o il magazzino della droga. È la mentalità che considera normale chiedere protezione a chi ti estorce denaro. È la cultura della scorciatoia. È l’idea che la legalità sia troppo lenta e che quindi convenga il canale laterale. È il piccolo patto quotidiano con l’illegalità, quello che non finisce nei verbali ma prepara il terreno ai clan.
Ed è qui che il caso del pizzo torna centrale.
Perché il pizzo, più della droga e più perfino di certi affari immobiliari, è il termometro della sovranità mafiosa. Se il pizzo resiste, resiste l’idea che il mafioso possa ancora imporre una tassa privata sul lavoro altrui. Se il pizzo cade, non cade solo una fonte di reddito: cade una liturgia del comando. Per questo i clan vi tengono tanto. Non è nostalgia. È strategia. È il modo con cui ricordano a tutti che lì, in quel pezzo di città, la loro voce conta ancora.
Allora forse la domanda finale non è nemmeno se lo Stato vincerà.
La domanda vera è: la società vuole davvero vincere insieme allo Stato?
Perché finché la denuncia resterà eccezione, finché qualcuno continuerà a pagare per paura e qualcun altro per convenienza, finché la “messa a posto” verrà percepita come un costo inevitabile o, peggio, come un servizio utile, Cosa nostra continuerà a mutare pelle senza perdere il suo nucleo: il potere di mediare, intimidire, tassare, sostituirsi. Ecco perché la mafia è così radicata: non perché sia invincibile, ma perché riesce ancora a occupare gli spazi vuoti lasciati da istituzioni lente e da coscienze arrendevoli.
Cosa nostra oggi non è soltanto il passato che ritorna. È il passato che impara. Tiene il pizzo per comandare, usa la droga per arricchirsi, entra nelle aste e nell’economia legale per stabilizzarsi, sfrutta le reti sociali per sopravvivere. Lo Stato la colpisce, e duramente. Ma la partita non si vince soltanto nelle aule bunker o nei sequestri milionari. Si vince quando denunciare diventa normale, quando pagare diventa vergognoso, quando chiedere favori ai clan smette di apparire utile. In quel momento il pizzo non sarà più soltanto illegale. Sarà finalmente impensabile.








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