C’è un’età in cui una squadra di calcio non è solo una squadra. È un rito, un codice, una lingua segreta che ti separa dagli altri bambini. Quelli che tifavano Juventus, Inter, Milan avevano i calciatori nell’album Panini, completi, figurina per figurina. Avevano gli scudetti da contare, le coppe da esibire, i nomi da spendere nei discorsi del lunedì mattina.
Noi no. Noi avevamo altro. Avevamo uno stadio che di domenica diventava festa, calore, urlo collettivo. Avevamo la voce degli altoparlanti che rimbalzava sulle gradinate e la sua eco si muoveva dalla curva nord alla curva sud. Avevamo Ignazio Arcoleo in panchina e un gruppo di calciatori che non si chiamavano campioni ma si comportavano come eroi. Eroi di quartiere. Il Palermo dei picciotti, lo chiamavano. E quel nome era già un manifesto.
Era tutto analogico, allora. Tutto vissuto sulla pelle.
Quel Palermo aveva un presidente, Giovanni Ferrara. E oggi Giovanni Ferrara se n’è andato. Con lui se ne va anche un pezzo di quella Palermo lì. Presidente del club rosanero dal 1989 al 2000, undici anni di passione esercitata con quella che Dario Mirri, nell’addio ufficiale del club, ha chiamato «tratto signorile». Due promozioni in Serie B, nel 1991 e nel 1993, quest’ultima con la Coppa Italia di Serie C in bacheca. Numeri che raccontano poco, però. I numeri non riescono a restituire il senso di ciò che si costruisce quando una città riconosce la propria squadra come specchio di sé stessa.
Ci sono presidenti che amministrano e presidenti che appartengono. Lui era del secondo tipo. «Anche in fasi difficili – come scrive il Palermo nel comunicato – ha sempre difeso e aiutato tutto e tutti, con passione e coinvolgimento incondizionato». È il ritratto di un uomo che non mollava quando sarebbe stato comodo farlo, che teneva botta quando altri avrebbero cercato la via d’uscita più rapida.
Mio padre mi portava a vedere il Palermo. Non ricordo la prima partita ma ricordo la sensazione: quella luce di domenica pomeriggio sul campo, l’odore dello stadio e il cerimoniale dei gesti ripetuti dagli adulti attorno a me. Osservavo il gioco in campo, facevo mio il rito. Tifare Palermo, in quegli anni, era una scelta controcorrente. Non avevi la squadra dei campioni. Non potevi vantare nulla nelle conversazioni dei bambini cresciuti altrove, sintonizzati su frequenze più blasonate.
Ma avevi un orgoglio diverso. Più sottile, più ostinato. L’orgoglio di chi sceglie la propria appartenenza senza cercare conferme esterne.
Poi è arrivato il giornalismo e il racconto delle partite ha preso altre forme, altri strumenti, altri livelli di lettura. Ma quella radice è rimasta. Quell’amore per i colori rosanero ha un indirizzo preciso nella memoria: uno stadio di domenica e mio padre accanto, e un presidente di cui allora sapevo appena il nome.
Grazie presidente Ferrara per quella splendida stagione! Forza Palermo!








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