Christian, la morte di un cantante e i ricordi d’infanzia dai nonni. Per un attimo tutto ha lo stesso odore, la stessa luce e lo stesso suono di allora. Una immersione sinestetica nella memoria.

Nella casa dei miei nonni, in soggiorno, c’era un piccolo mobile ad angolo, di quelli che sembravano pensati apposta per riempire spazi che altrimenti sarebbero rimasti vuoti. In realtà era diventato un piccolo altare domestico della musica popolare. Sopra un immancabile centrino realizzato da mia nonna, troneggiava un mangianastri inserito in un apparecchio che faceva anche da radio: una delle prime cineserie di importazione degli anni Novanta, con la plastica grigiastra che cercava di sembrare metallo e i pulsanti un po’ troppo leggeri, pronti a incastrarsi se li premevi con troppa decisione.

Il mobile, in legno scuro, portava addosso il peso delle cose che in fondo non hanno valore ma resistono. Accanto c’erano delle cassette impilate e poco più in là, in un altro manufatto in legno, riviste come Gente o Oggi.

Dai vetri entrava la luce che era attutita dalle tende bianche, leggere, che ondeggiavano appena al passaggio dell’aria. Sembrava dare al soggiorno un aspetto più soffice, nonostante i mobili in legno scuro. Tra quelle cassette il volto che ricorreva più spesso era il suo: Christian.

Da bambino quando andavo dai miei nonni ascoltavo quelle cassette per curiosità. A essere sincero, quelle canzoni non mi piacevano. Mio padre mi aveva già educato ad altre frequenze, a viaggi sonori che passavano da continenti diversi e che mi aprivano orizzonti meno patinati.

Eppure quel viso era sempre lì, a fissarmi, ogni volta che a pranzo o a cena sedevo dai nonni. Diventava familiare, quasi parte dell’arredamento di quella stanza. Una presenza che non potevi ignorare.

Oggi apprendo della sua morte, a 82 anni, e inevitabilmente penso a loro, ai miei nonni. Perché Christian non è stato solo un cantante: è stato un pezzo di memoria collettiva, depositato nei salotti italiani tra piante, centrini e voluminosi televisori per via del tubo catodico.

Cristiano Gaetano Rossi, palermitano classe 1943, diventato “Christian” per suggerimento di Mina, ha attraversato decenni di musica leggera con uno stile particolare che gli ha fatto guadagnare l’etichetta di «risposta italiana a Julio Iglesias». Gli anni Ottanta lo hanno consacrato con Daniela e Cara: erano melodie che scalavano le classifiche e che molti italiani, come i miei nonni, ascoltavano a ciclo continuo. Non vinse mai Sanremo ma restò nell’immaginario popolare per la sua voce morbida, perfetta per le storie d’amore che riempivano le radio e le televisioni dell’epoca.

Forse da bambino storcevo il naso davanti a quelle canzoni. Ma oggi, con la notizia della sua scomparsa, capisco che anche Christian era un tassello della memoria familiare. Ascoltarlo forse voleva dire anche stare dentro un tempo più lento, più denso. Oggi più lontano.

By Giovanni Villino

Giornalista professionista con un’anima tech e una vocazione per l’innovazione nei media. Laureato in Filosofia, da oltre vent’anni lavora nel mondo dell’informazione, raccontando la società e i suoi cambiamenti con attenzione al linguaggio e alle nuove tecnologie. Redattore del Giornale di Sicilia on line. Già supervisore editoriale e vicecoordinatore di redazione di Tgs, Telegiornale di Sicilia.

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