L’esclusione di atleti e artisti per appartenenza nazionale da competizioni o eventi è una scorciatoia che seduce tutti, o quasi. È una di quelle scelte che ci fa sentire persone migliori e che richiede il minimo sforzo: l’esclusione è semplice da spiegare, facilissima da applicare e politicamente, diremmo in Sicilia, fa scrusciu. È rumorosa, insomma. E più qualcosa si fa sentire, più consensi raccoglie.

In realtà penso che sia un grande errore e orrore. Nel merito e nel metodo. Non solo si vanno a colpire persone che hanno come “colpa” la bandiera che portano sul documento. Ma si va anche a colpire lo sport e l’arte con i valori di cui sono portatori. Molti diranno che c’è una forma di colpa collettiva da espiare. Ma inorridisco a un pensiero simile.

Il caso di cui si parla in queste ore è esemplare: secondo diverse testate, la Uefa starebbe organizzando un voto per sospendere Israele dalle competizioni europee; si dice che una maggioranza del comitato esecutivo sarebbe favorevole. Non c’è però un calendario ufficiale comunicato dall’organizzazione, e il tema si incastra con la Fifa e con tornei già in corso (qualificazioni mondiali, Europa League).

Queste sanzioni “per appartenenza” sono un vicolo cieco per tre semplici motivi.

Intanto confondono responsabilità e identità. Lo sport e l’arte funzionano proprio quando separano il gesto individuale dalla propaganda di Stato. Se un calciatore, un club o un regista violano delle regole o incitano all’odio vanno sanzionati senza indugi. Ma se l’unico “reato” è il passaporto, allora stiamo punendo un cittadino per decisioni di governo su cui non ha alcun controllo. È l’opposto dell’etica liberale che lo sport dice di professare.

La storia recente ci ha anche mostrato l’incoerenza di certe decisioni: a volte si sospende, altre volte no; a volte si invoca la sicurezza, altre si chiude un occhio. C’è la percezione di un doppio standard che alla fine mina la credibilità delle istituzioni e trasforma stadi e festival in campi di battaglia simbolici.

Ultimo aspetto e, secondo me, il peggiore: queste scelte spezzano i pochi ponti che restano. Gli scambi culturali e sportivi non risolvono le guerre, ma producono contatto. Tagliare questi fili significa isolare i moderati, rafforzare le narrazioni più dure (“ci odiano comunque”) e regalare un’arma retorica ai propagandisti.

Lo sport e l’arte non sono neutri: sono luoghi di senso. Ma per restare tali devono difendere una bussola semplice: giudicare azioni, non identità. Altrimenti smettono di essere ponti e diventano barriere. E quando alziamo barriere in nome della pace, finiamo per tirare il pallone nella nostra stessa porta. E perdiamo tutti.

By Giovanni Villino

Giornalista professionista con un’anima tech e una vocazione per l’innovazione nei media. Laureato in Filosofia, da oltre vent’anni lavora nel mondo dell’informazione, raccontando la società e i suoi cambiamenti con attenzione al linguaggio e alle nuove tecnologie. Redattore del Giornale di Sicilia on line. Già supervisore editoriale e vicecoordinatore di redazione di Tgs, Telegiornale di Sicilia.

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