Claudio Locatelli, 34 anni, di Curno ma trasferito a Padova. Quattro anni fa è stato in Siria a combattere contro l’Isis.

Ha alle spalle dieci anni di reportage in aree di conflitto. Oggi il suo nome rimbalza da una testata giornalistica all'altra per la sua attività di cronaca a Kabul. Uno dei pochi occidentali rimasti ad oggi in Afghanistan.

Parlo di Claudio Locatelli perché costituisce un precedente, almeno per il giornalismo nostrano, con pochi precedenti. E posso dire che probabilmente non c'è alcun precedente per la modalità con cui intende portare avanti il suo lavoro.

Sì, perché Claudio Locatelli, al momento, non ha un editore. O meglio, lui è editore di se stesso. E si serve dei social per i suoi reportage. Sono per lo più dirette, live.

Gira per Kabul filmando con un cellulare e un bastone per i selfie.

Ho cercato sul sito dell'ordine per avere informazioni sulla sua data di nascita e sull'ordine di appartenenza. Ma non ho trovato nulla.

Lui si definisce giornalista combattente. 

Oggi Claudio consente a migliaia di persone di vedere l'Afghanistan attraverso le sue live. Grazie a lui si riesce a entrare in luoghi di cui si parla poco. Grazie a lui è possibile  respirare la polvere e lo stato d'animo di un paese che può determinare importanti sviluppi nell'area mediorientale.

Il post in questione

Il motivo per cui mi occupo di Claudio Locatelli nasce da un suo post pubblicato il 5 settembre. Scrive:

Ore perse a discutere con le redazioni, più interessate a “battere” i loro concorrenti che all’informazione; una costante rincorsa a cercare il media dove divulgare, per contribuire alle spese - spesso onerose - per continuare a riportare dal campo e “potenzialmente” arrivare a fine mese. Lo stato del giornalismo in Italia, sopratutto quello indipendente, è drammatico. La maggior parte di noi si autofinanzia, facendo anche altri lavori, stando sempre sul filo del rasoio.  Alcuni media ci sono ma è sempre un eccezione piuttosto che la regola, perfino per chi come noi corrisponde in prima persona da zone di conflitto o guerra. In più, nel momento in cui si accetta di pubblicare con certi media, oltre all’insufficiente contributo, si è costretti a limitare l’informazione, non potendo esprimere pienamente tutto quello che succede nel modo in cui andrebbe raccontato.

Ecco, VI CHIEDO

Vorrei CONTINUARE a documentare per VOI, al massimo, non solo da qui ma in ogni scenario dove serve, dove bisogna essere, come già faccio ogni volta possibile. Tagliando gli intermediari, recuperando il tempo rubato all’informazione spesso usato per discutere con le redazioni, per vendere dignitosamente un servizio utile a coprire le spese. Facendo sì che le proposte dei media siano l’eccezione positiva e non la regola, perché la regola sarà quella di RIVOLGERMI a VOI, SUPPORTATO da VOI. Il VOSTRO Reporter di fiducia! Ho visto che in molti mi avete seguito nella guerra in Nagorno-Karabakh, e ancor prima in altri contesti e conflitti. E adesso mi state seguendo qui a Kabul. Penso che se tutte le persone che seguono e apprezzano mettessero anche pochi euro o ciò che ritengono giusto, riusciremmo a coprire un team con cameramen ed i fixer necessari per un anno.

Questa l’idea. Così da riuscire a vivere per poter andare in tutti gli scenari necessari, senza dover rinunciare a possibilità dal campo che potrebbero darvi nuove informazioni, coinvolgervi in nuove storie - Live, senza filtri, come vi ho abituato - nuovi luci sugli angoli del mondo più difficili, meno conosciuti e spesso in conflitto.

? CHI ci vuole SOSTENERE? E, consigliereste di supportarci ad altri vostri amici? In base alla vostra RISPOSTA sotto questo post deciderò se aprire una raccolta fondi per continuare e con quali possibilità, qui come in futuro.

E dunque?

Claudio Locatelli apre ad una dimensione ad oggi ancora non pienamente esplorata: il finanziamento diretto ad un giornalista per la sua attività. Qui non fornirò alcuna considerazione in merito. Intendo, invece, aprire una riflessione su questa modalità, su questo approccio. Passa da questo il futuro dell'informazione? La disintermediazione, cui ci ha abituato la rete, colpirà anche l'editoria tradizionale?