Tornare al Don Bosco Ranchibile, questa volta da relatore, ha avuto per me un significato particolare. Da ex allievo salesiano, ritrovarmi in quei luoghi che hanno accompagnato una parte importante della mia crescita personale e culturale è stata una vera emozione. Ancora di più perché davanti a me c’erano le alunne e gli alunni delle quinte classi del liceo classico, scientifico e Les, con cui abbiamo condiviso una riflessione sul presente e sul futuro dell’informazione. Il convegno annuale degli ex allievi, dedicato al tema «Il ruolo dei media nel XXI secolo: una trasformazione radicale», è stato per me l’occasione per affrontare alcuni dei temi che considero oggi centrali: fake news, deep fake, intelligenza artificiale e trasformazione dell’ecosistema informativo.
Ho cercato di spiegare ai ragazzi che il problema non riguarda soltanto le notizie false. La questione è molto più ampia e profonda. Viviamo in una realtà in cui la velocità della comunicazione supera spesso il tempo della comprensione. Le piattaforme digitali ci spingono a reagire immediatamente, a condividere prima ancora di verificare. E dentro questo meccanismo si inseriscono strumenti sempre più sofisticati, capaci di manipolare immagini, video e perfino voci umane con livelli di realismo impressionanti.
I deep fake rappresentano probabilmente uno dei punti più delicati di questa nuova fase. Non perché la tecnologia sia di per sé negativa, ma perché rischia di incrinare definitivamente il rapporto di fiducia con ciò che vediamo e ascoltiamo. Ho detto ai ragazzi che stiamo entrando in un tempo in cui non basterà più “vedere” qualcosa per crederci.
Allo stesso tempo, però, ho voluto evitare letture apocalittiche. L’intelligenza artificiale non è soltanto una minaccia. Può diventare anche uno strumento utile, persino prezioso, per il giornalismo e per la conoscenza. Può aiutare nell’analisi dei dati, nella ricerca, nella verifica delle fonti. Ma proprio per questo cresce ancora di più il valore del pensiero critico umano. Più le macchine diventano potenti, più diventa fondamentale educare alla coscienza critica, al dubbio, alla capacità di contestualizzare.
Durante il confronto sono arrivate molte domande dagli studenti. Segno che esiste una generazione che non vuole limitarsi a consumare contenuti, ma desidera capire i meccanismi che regolano la comunicazione contemporanea. E questo, sinceramente, mi ha dato speranza.
Felice anche di avere condiviso questa esperienza insieme alla collega Maria Pia Farinella e al collega Roberto Chifari. Incontri come questi mi ricordano quanto sia importante continuare a parlare di informazione nelle scuole, non soltanto per formare futuri giornalisti, ma soprattutto cittadini più consapevoli. Perché oggi il vero rischio non è soltanto essere disinformati. È smettere di porsi domande.








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