C’è una parola che oggi vale più di tutte che verranno pronunciate. No, non è «festa». È «scelta». Ottant’anni fa, il 2 giugno 1946, gli italiani – sì, donne e uomini di un Paese “nato sbagliato” – entrarono in una cabina elettorale stringendo in mano qualcosa che non avevano mai posseduto davvero: il diritto di decidere chi fossero. Non più i sudditi di un sovrano. Cittadini di una cosa comune, la res publica, appunto, la “cosa” di tutti, che da quel giorno avrebbe avuto bisogno di loro per esistere.
Rileggendo alcune pagine della Domenica del Corriere, mi rendo conto di quanto fosse fragile quel momento. L’Italia usciva da una guerra che l’aveva spaccata in due, geograficamente e moralmente. Le città erano macerie (e Palermo ne porta ancora le ferite, incredibile ma vero), la fame un fatto quotidiano, la fiducia una merce rara. Eppure, in quelle ore, dodici milioni e settecentomila persone scelsero la Repubblica contro i dieci milioni e settecentomila che restarono fedeli alla monarchia. Numeri vicini, sofferti. Nessuna valanga, nessun trionfo facile: una decisione presa sul filo, come avviene del resto per tutte le cose serie.
E poi c’è il dettaglio che da solo basterebbe a giustificare la commozione: per la prima volta in una consultazione nazionale votarono anche le donne. Madri, operaie, contadine, maestre… Metà del Paese che fino al giorno prima non “contava nulla”, e che improvvisamente pesava esattamente quanto l’altra metà. La democrazia non è mai un fatto astratto. Comincia sempre da una mano che firma, da una matita che traccia una croce, da una soglia varcata per la prima volta.
Kant definiva la maturità come «l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità», il passaggio a uno stato in cui si conquista il coraggio di pensare in modo autonomo senza affidarsi alla guida altrui. Ecco cosa accadde davvero quel giorno: un popolo dichiarò la propria maggiore età. Smise di aspettare che qualcun altro decidesse al posto suo. È un gesto che sembra ovvio solo a chi non ha mai dovuto compierlo per la prima volta.
La bellezza della Repubblica sta proprio qui, ed è una bellezza anche scomoda. Non è quella di un monumento finito che sta lì a contemplare. No, la Repubblica è la bellezza di un cantiere sempre aperto. La Costituzione che nacque da quel voto non descrive l’Italia com’era — un Paese povero, diviso, ferito — ma l’Italia che doveva diventare. È un testo scritto al futuro. Una promessa che ogni generazione è chiamata a mantenere o a tradire. Perché come affermò Maria Cervi (nipote dei Fratelli Cervi): «Nessuna conquista è per sempre: c’è sempre qualcuno che è interessato a toglierla. Per cui resistere è, non solo un dovere, ma è anche una necessità dei giovani d’oggi, altrimenti non si va avanti».
Forse è questo il punto che le retoriche del 2 giugno tendono a smarrire tra le frecce tricolori e i discorsi di circostanza. La Repubblica non è un possesso. È una responsabilità. Si eredita il cognome, non la cittadinanza intesa come virtù: quella va riconquistata ogni giorno, nel modo in cui paghiamo le tasse, leggiamo un giornale, votiamo, ci indigniamo per un’ingiustizia che non ci riguarda direttamente.
Ottant’anni dopo, viviamo in un tempo che ha trasformato la parola «cittadino» in «utente». Di questo aspetto mi occupo spesso durante i corsi di formazione che tengo per i colleghi giornalisti. Riceviamo servizi, clicchiamo, scorriamo, “reagiamo” ai post, condividiamo. La tentazione di tornare sudditi questa volta di un algoritmo, o di un leader o, peggio ancora, di una comodità è più forte di quanto ci piaccia ammettere. Proprio per questo il 2 giugno andrebbe celebrato meno con la nostalgia e più con l’inquietudine. Non come il ricordo di una conquista, ma come la domanda che quella conquista ci lascia in eredità. Saremmo oggi capace di scegliere?
Quel giorno di ottant’anni fa qualcuno entrò suddito e uscì cittadino. E non per grazia ricevuta. Fu una decisione presa. La festa più bella, allora, non è quella che guarda indietro. È quella che ci ricorda che siamo ancora liberi di sbagliare, di correggere, di costruire e di preservare qualcosa che è ancora da costruire. Che la Repubblica, in fondo, non è qualcosa che abbiamo. È qualcosa che continuiamo a fare.








Lascia un commento