Giornalisti e IA: l’ipocrisia corporativa e il dibattito che non facciamo. Tra messaggi e social gira un file, una immagine. È uno screenshot, la pagina di un quotidiano cartaceo. In particolare c’è un articolo che nell’incipit contiene il testo frutto di un prompt elaborato da una intelligenza artificiale. L’articolo è uscito. In edicola. Su carta. E da quel momento è iniziata l’invio compulsivo. Screenshot, condivisioni, commenti, battute. Il solito triste e drammatico circo. Ho visto colleghi che diffondono l’errore come se mostrare il disastro altrui valesse quanto evitarlo. Permettetemi di dirlo senza giri di parole: quella reazione non ci salverà da nessun errore. Non adesso, non mai.
Capisco l’indignazione. E, vi assicuro, che la capisco davvero. Un articolo con un output grezzo di un modello linguistico di IA che finisce sulla carta stampata è un problema serio. Non è un dettaglio tecnico, è un corto circuito editoriale. Riguarda l’intera filiera della produzione giornalistica.
Ma la risposta che sto vedendo da parte di diversi colleghi, non ha affrontato nulla di tutto questo. C’è chi ha voluto trovare solo un capro espiatorio. Chi ha trasformato un problema dell’intero sistema in una colpa individuale e chi si è tolto qualche sassolino dalla scarpa. Ma siamo certi che tutto questo ci porti nella direzione giusta?
Diciamo, invece, quello che raramente si ha il coraggio di dire: quanti di voi, di noi, usano strumenti di intelligenza artificiale nel lavoro quotidiano? Quanti rielaborano con il supporto di un modello, quanti usano l’Ai per fare sintesi, per strutturare pezzi, per velocizzare la produzione? Quanti lo fanno senza una policy chiara della propria redazione, senza linee guida, senza formazione? Quanti lo fanno senza nemmeno dichiararlo?
Chi non ha peccato scagli la prima pietra
Il problema non è quel collega o quella testata. Il problema è che stiamo attraversando una trasformazione radicale degli strumenti del giornalismo e lo stiamo facendo senza una bussola condivisa. Ordine dei Giornalisti ed Fnsi dovrebbero produrre linee guida sull’uso dell’intelligenza artificiale in redazione.
Cosa è accettabile, cosa non lo è? Dove finisce l’assistenza e dove comincia la delega?
Ma vorrei tornare, prima di chiudere questa riflessione, sulla gogna che diventa un sostituto del dibattito. C’è un danno che va oltre la categoria, ed è quello più grave: ogni volta che portiamo queste discussioni sui social, ogni volta che laviamo i panni sporchi davanti ai lettori, consumiamo quel poco di credito che ci rimane. Il giornalismo è già sotto accusa, e ce ne siamo accorti. I lettori ci guardano con diffidenza crescente. Hanno messo ormai da tempo in discussione la nostra utilità. Vediamo accusati di superficialità o di faziosità. E noi, invece di rispondere con il lavoro, gli offriamo l’ennesimo spettacolo dei giornalisti che si sbranano tra loro. Non è un buon biglietto da visita. È benzina sul fuoco di chi già non ci crede.
Ogni screenshot condiviso non dice al lettore «guarda, i giornalisti si controllano a vicenda, la categoria funziona». Gli dice l’opposto: «guarda che roba pubblicano, guarda chi siamo». Stiamo erodendo la nostra stessa credibilità nel tentativo di segnalare la credibilità degli altri. È un paradosso autodistruttivo e nessuno sembra accorgersene.
L’analisi che non c’è
Io non sto difendendo o sminuendo quell’errore. Sto dicendo che quell’errore avrebbe meritato un’analisi e non una lapidazione. Avrebbe meritato che qualcuno si chiedesse: cosa stiamo facendo, come categoria, per evitare che accada di nuovo?
Dobbiamo affrontare il tema dell’intelligenza artificiale in redazione e dobbiamo affrontarlo portando il dibattito dove va portato. Negli organismi di categoria. Nei consigli dell’Ordine, sia a livello regionale che nazionale. Nelle commissioni della Fnsi. Nei tavoli contrattuali. Nelle scuole di giornalismo. Nelle redazioni, con i direttori seduti intorno a un tavolo insieme ai colleghi, non dall’alto verso il basso. Dobbiamo scrivere regole. Non scrivere di chi le viola senza averle mai scritte.
Dobbiamo stabilire cosa significa trasparenza nell’uso degli strumenti Ai. Dobbiamo decidere se e quando dichiarare al lettore che una parte del lavoro è stata assistita da un modello. Dobbiamo capire dove si colloca la responsabilità editoriale quando il testo non è interamente umano. Dobbiamo fare formazione. Quella vera.
Sono temi enormi. Richiederanno tempo ma anche conflitti e compromessi. Solo così possiamo difendere davvero la professione. La differenza tra una categoria che cresce e una che si consuma è proprio questa: la prima usa i propri errori come materiale da costruzione. La seconda li usa come combustibile per il fuoco. E noi giornalisti che scelta vogliamo fare?
Image by ROBERT SŁOMA from Pixabay








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