Ci sono storie che se avessero avuto un volto «più familiare» forse sarebbero finite nelle prime pagine dei quotidiani nazionali, raccontate per giorni, discusse nei talk show. Ma quella di Grace, 25 anni, madre di due bambini, non ha avuto questo destino. È morta a Palermo dopo essere stata investita da un pullman. Un incidente. Prima dell’impatto un gesto che definisco umano ed eroico, roba rara di questi tempi. Secondo le prime ricostruzioni avrebbe fatto in tempo a spingere in avanti i figli, salvandoli. Un gesto di coraggio e di istinto. Ma soprattutto di amore assoluto.

Eppure, la notizia è scivolata via in fretta. Ha trovato spazio sui giornali regionali e locali. E stop. Tutto si ferma lì.

Grace era una donna africana, un’immigrata. Forse per questo la sua storia non ha avuto lo spazio che meritava? Di certo non ho visto frotte di cronisti alla ricerca di parenti, né tantomeno nessuna ricostruzione emotiva, nessun titolo sui format nazionali che la elevassero a simbolo. Ciò che resta è solo il racconto asciutto di una tragedia, “come tante”.

Eppure c’è tutto: la maternità, il sacrificio, la dignità di chi magari ha affrontato la sua vita in silenzio. Ma forse non basta essere madri per suscitare empatia se la provenienza geografica diventa un filtro invisibile e inconsapevole del modo in cui scegliamo cosa raccontare e come raccontarlo. «Grace non era “una di noi”». Macché, lo era, eccome. Era una madre che nell’ultimo istante di vita ha pensato ai suoi figli. Era una donna che cercava di attraversare una strada buia e difficile. Chi è di Palermo sa bene cosa significhi per un pedone attraversare quel tratto di via Buonriposo. Ma lì, nel momento più buio un essere umano ha trasformato la paura in un gesto di salvezza. In luce.

Un atto d’amore che non ha trovato spazio nel nostro racconto collettivo. La ribalta mediatica che le è stata concessa penso non renda giustizia al suo gesto. È la misura di un sistema dell’informazione che gerarchizza il dolore e che attribuisce valore alle vite in base alla prossimità culturale. Inutile girarci attorno. E quindi, sì, Grace è morta due volte: la prima sull’asfalto, la seconda nel silenzio che man mano avvolge questa vicenda. Per questo, per me ricordarla oggi, non serve solo per onorare una madre. Serve per guardare noi stessi e chiederci perché certe vite valgano meno nel racconto pubblico, anche quando brillano di un coraggio che non ha confini.

By Giovanni Villino

Giornalista professionista con un’anima tech e una vocazione per l’innovazione nei media. Laureato in Filosofia, da oltre vent’anni lavora nel mondo dell’informazione, raccontando la società e i suoi cambiamenti con attenzione al linguaggio e alle nuove tecnologie. Redattore del Giornale di Sicilia on line. Già supervisore editoriale e vicecoordinatore di redazione di Tgs, Telegiornale di Sicilia.

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