Perché la chiesa di Regina Pacis si trova in piazza IV Novembre a Palermo? Quando cresciamo non ci facciamo più tante domande. A mantenerci in forma, sotto questo aspetto, sono i nostri figli. Le mie due bimbe sono da sempre attratte dai toponimi. «Perché questa strada si chiama così?», «Chi è il tizio che viene indicato in questo cartello?», «Perché la piazza porta quella data?».
In fondo i toponimi non sono soltanto nomi ma, di fatto, sono parole che abitano i luoghi. Un’amministrazione comunale quando sceglie come chiamare una strada, una piazza, un ponte, una scuola dice anche quale memoria vuole rendere pubblica, quotidiana e presente. Insomma, gli spazi pubblici sono un archivio a cielo aperto che è visibile mentre si cammina, mentre si dà un indirizzo o mentre si aspetta l’autobus. La storia si lega al presente e diventa memoria anche grazie alle parole che si trovano sulle targhe o dipinte sui muri.
Molte volte facciamo i conti con nomi che sono stati scelti in un’altra epoca, con altri valori e con altre visioni del mondo. E allora c’è chi si chiede: quei nomi raccontano ancora chi siamo? Ecco perché rinominare uno spazio urbano non sempre significa cancellare la storia. Anzi una modifica potrebbe restituire contesto. Forse sarò estremo, ma in fondo parliamo di una forma di pedagogia civile. Pensateci bene: la toponomastica oltre a indicare una via… educa e accompagna.
La proposta del 2020
E arrivo così al punto del mio post. Oggi si ripropone una questione sollevata cinque anni fa. Il 4 novembre del 2020, in occasione della ricorrenza della fine della Prima guerra mondiale, la Consulta per la pace di Palermo aveva lanciato una proposta simbolicamente potente: cambiare il nome di piazza IV Novembre, dove si trova la parrocchia Regina Pacis, nella zona di viale Lazio, in piazza Regina Pacis. A parlare allora era stato il presidente della Consulta, Francesco Lo Cascio, in merito all’appello promosso da un gruppo di associazioni (Mir Palermo, Pax Christi, Punto Pace Palermo-Catania, Azione Cattolica diocesana Palermo, Acli Palermo, Erripa, Anpi Palermo, Italian Peace Research Institute (Ipri), Pro.Vi.De – Regina della Pace). La proposta era stata depositata formalmente in commissione toponomastica tramite l’allora consigliera Valentina Chinnici e in ottava circoscrizione tramite Marcello Longo che ricopriva il ruolo di vicepresidente di circoscrizione.
«Il 4 novembre – avevano ricordato le associazioni firmatarie – non è una “festa” ma un lutto: dieci milioni di morti e ventuno milioni di feriti nella Prima guerra mondiale. Papa Benedetto XV definì quel conflitto una «inutile strage». E fu proprio Benedetto XV a inserire “Regina Pacis” come ultima invocazione nelle Litanie Lauretane: una giaculatoria contro la follia bellica, contro gli interessi di chi sulla guerra ha sempre guadagnato, ieri come oggi». Da qui la richiesta: se in quella piazza, piazza IV Novembre, si trova la chiesa dedicata alla Regina della Pace, la coesistenza tra il ricordo di una vittoria militare e un titolo di invocazione pacifica è un ossimoro evidente. Cambiare il nome sarebbe un gesto di coerenza simbolica. E anche un messaggio civile: la pace come fondamento della città.
Non si è fatto nulla
Il dibattito è rimasto sospeso e la domanda è rimasta aperta. Tant’è che oggi la questione spinosa, storica e politica viene riproposta. La rilanciano MIR e Pax Christi: “Piazza 4 Novembre diventi Piazza Regina Pacis”. In occasione del 4 novembre, giornata che per il mondo pacifista non è una festa ma un momento di memoria e lutto, le associazioni MIR Palermo e Pax Christi – Punto Pace Palermo rilanciano la proposta di rinominare piazza 4 Novembre in piazza Regina Pacis, dal nome della parrocchia che vi sorge. Un toponimo non è mai soltanto un indirizzo, è anche un racconto. È un modo di tramandare cosa consideriamo “normale” nella memoria collettiva. E forse quella targa, un giorno, potrebbe davvero cambiare: da IV Novembre a Regina Pacis. Dal linguaggio della guerra al linguaggio della pace.
Dalla retorica della vittoria a quella della pace
In tempi come i nostri sarebbe più che opportuno spostare la retorica della vittoria a quella della pace. Dalla celebrazione della guerra alla cura della memoria. Ecco, il 4 novembre è giusto che rimanga nel calendario civile ma nello spazio quotidiano dove ci si incontra, dove ci si dà appuntamento, dove i bambini di una vicina scuola passano, giocano e parlano… beh, lì sarebbe forse più coerente costruire un lessico urbano che si allinei a un auspicio. Una scelta di linguaggio che è anche un modo di stare nella storia. Una promessa che può cominciare anche da una targa nuova, quattro viti e una parola diversa, appesa al muro di un luogo che si vive tutti i giorni.
La religione e la laicità
Ma non tutto è semplice. Quando si propone un nome religioso per uno spazio pubblico entra in gioco un tema delicato: la laicità del patrimonio urbano. C’è chi può sentire quella scelta come una forma di appropriazione simbolica. Come se la città , che è di tutti, venisse orientata, anche linguisticamente, verso una sola e specifica sensibilità religiosa. È un nodo reale, e da cattolico lo riconosco.
La memoria condivisa non può essere un recinto. Ma qui sta il punto: il conflitto non si risolve scegliendo un nome “contro” o “a favore” di una tradizione. Si risolve cercando un linguaggio che, pur nascendo da una storia spirituale, sia capace di parlare anche a chi non parte da quella tradizione. E la parola pace, in questo caso, è una di queste parole. Regina Pacis ha, sì, una radice liturgica ma l’invocazione alla pace è un valore ampiamente condivisibile: religioso, laico, civile, politico, umano. È un principio costituzionale e non un dogma teologico, un dono che le madri e i padri sperano per i figli. È ciò che ogni Stato dice di volere e che ogni guerra alla fine dimostra di tradire. Come ovviare al rischio di ferire sensibilità diverse? Con il metodo. Non con lo slogan. Ci sono ragioni che vanno contestualizzate nella loro dimensione storica e non confessionale, che fanno parte di un percorso culturale e non un atto di “imposizione”. Se pace viene percepita come valore universale, il nome religioso smette di essere un muro e può diventare un ponte. E il ponte, in una città, vale più di una targa.
