Ieri sono stato attaccato sui social (qui il post “incriminato”). Ho ritenuto necessario chiarire la mia posizione. Per farlo, ho scelto di affidarmi alla Storia.
Le cronache dei primi giorni dell’agosto del 1914 raccontano folle festanti, cappelli lanciati in aria e bande musicali nelle piazze europee. La guerra, quella che poi sarebbe diventata la prima guerra mondiale, si annunciava come una parentesi breve, quasi un’avventura patriottica. Pochi mesi dopo, le trincee avrebbero inghiottito un’intera generazione.
Anche nel 1939, alla vigilia della seconda guerra mondiale, l’Europa pur avendo già visto l’abisso e nonostante l’abitudine alla crisi, l’Anschluss (l’annessione dell’Austria alla Germania nazista), la guerra civile spagnola, l’invasione della Polonia… era come se fosse anestetizzata. O, almeno, la sua coscienza collettiva.
Se c’è una cosa che ho imparato dallo studio della storia è che le grandi guerre non esplodono mai all’improvviso. Maturano. Si depositano come una polvere sottile su ogni evento, anche marginale. Una polvere che si sedimenta nelle parole dei leader e nei trattati disattesi, così come nelle violazioni a vari livelli del diritto internazionale.
E tutto fa i conti con un’ opinione pubblica spesso distratta.
Oggi scorriamo i feed e vediamo bombardamenti in alta definizione. Palazzi che crollano, sirene, bambini coperti di polvere. Poi, con lo stesso pollice, passiamo a un meme, a una polemica politica, a una recensione musicale. L’orrore è inglobato nella stessa architettura grafica dell’intrattenimento. Non c’è più gerarchia simbolica: tutto vale lo stesso spazio, lo stesso tempo, lo stesso livello di attenzione. Ecco cosa mi ha spaventato (ed è la ragione del mio post di ieri), e continua a spaventarmi.
È il vero cortocircuito del nostro presente. Un eccesso indifferenziato di informazioni.
La prima e la seconda guerra mondiale furono precedute da un progressivo abbassamento della percezione del rischio. L’idea che «in fondo non succederà», che «qualcuno fermerà la follia», che «l’economia globale impedirà l’escalation». Oggi ripetiamo, con lessico aggiornato, le stesse formule rassicuranti. E intanto il lessico della guerra come escalation, deterrenza, armi strategiche, linee rosse… entra nelle conversazioni quotidiane con una leggerezza che dovrebbe inquietarci.
Le discussioni che si animano sui social sono spesso leggere su temi pesanti come il piombo. Si dibatte di conflitti armati con la stessa postura retorica con cui si commenta una partita o una finale televisiva. Si prende posizione anche ironizzando e come avviene per ogni tema in questa folle era social… si polarizza.
Ci siamo dimenticati del peso ontologico di ciò che è in gioco: vite, città, generazioni future…
Il male non si presenta con le corna ma con la rassicurante ripetizione del già visto.
Nell’aria ci ancora le polemiche musicali di Sanremo che, sia chiaro, sono legittime e perfino necessarie come valvola culturale… ma non posso fare a meno di sentire correre un brivido lungo la schiena. Non per il festival in sé, ma per la simultaneità. Per la coesistenza non problematizzata tra l’intrattenimento leggero e la possibilità concreta di una destabilizzazione globale. Anche nel 1914 si ballava. Anche nel 1939 si andava a teatro.
Non sto evocando scenari apocalittici per mestiere o per gusto della drammatizzazione. Al contrario. So quanto sia fragile l’equilibrio che diamo per scontato. Le grandi guerre sono state il risultato di una somma di sottovalutazioni e di opinioni pubbliche anestetizzate.
Forse è già tardi. Ma dobbiamo imparare a ricostruire una gerarchia interiore, dobbiamo restituire gravità alle parole e ridare peso alle immagini interrompendo, almeno per un istante, lo scorrimento automatico.
La storia insegna che le società non crollano perché ignorano i segnali ma perché li normalizzano. La ripetizione attenua lo scandalo. L’immagine reiterata perde la sua forza etica.
Se perdiamo la capacità di distinguere tra l’ordinario e l’estremo. Se tutto è contenuto e nulla è evento, se tutto è flusso e nulla è trauma… che succede?
