In queste settimane ho letto una quantità notevole di articoli sull’ormai inseparabile binomio intelligenza artificiale – giornalismo. In questo percorso, che viene raccontato quasi come una cammino iniziatico, ho notato che c’è una parola che ritorna con insistenza, come una promessa: produttività. E ce n’è un’altra che, nello stesso tempo, si ritira fino a sparire: presenza.
Il nodo non è l’intelligenza artificiale in sé. Il nodo è l’uso che se ne sta facendo e, soprattutto, la direzione che lo guida. Si citano con enfasi incrementi del 90 per cento nella produttività, ma è difficile sostenere che questo coincida con un reale avanzamento del giornalismo.
E allora la domanda è inevitabile: questo aumento di produttività si traduce davvero in una maggiore diffusione e rilevanza dei contenuti editoriali? Si leggono più articoli? Si vendono più giornali? Si sottoscrivono più abbonamenti? Si raccolgono più inserzionisti?
O forse stiamo progressivamente riconfigurando il giornalismo? Una riconfigurazione industriale?
La retorica è ormai codificata. L’AI “libera tempo”, “snellisce”, “consente di concentrarsi sull’essenziale”.
Ma la domanda che i giornalisti dovrebbero farsi è più scomoda:
che fine fa, concretamente, il tempo liberato?
Viene reinvestito in inchieste, in presenza sul territorio, in verifica delle fonti? O viene semplicemente assorbito da una macchina produttiva che chiede più output, più velocità, più contenuti?
Il giornalismo non nasce dall’efficienza. Nasce dall’attrito. Dalla fatica di esserci.
Il problema non è che una piattaforma trascriva audio o organizzi documenti. Questo è, legittimamente, progresso tecnico. Come è progresso tecnico l’analisi dei big data e di altri processi e procedimenti informatici. Il problema è quando l’intero impianto culturale delle redazioni si sposta, silenziosamente, verso un modello in cui la notizia non si trova più, si processa. Non si vive, si compila.
Si continua a parlare di innovazione restando seduti dietro un monitor. Ma sia ben chiaro a tutti: le notizie non stanno nei database. Stanno nei quartieri, nei tribunali, nelle periferie, nei corridoi degli ospedali, nei silenzi delle persone che non parlano finché qualcuno non le guarda negli occhi. Un giornalismo senza territorio è un giornalismo che smette di vedere. E quando smette di vedere, inizia a replicare.
L’intelligenza artificiale può essere uno strumento straordinario se rimane tale: uno strumento. Ma quando diventa l’architettura stessa del lavoro giornalistico, allora il rischio è che non si stia costruendo un giornalismo più efficiente ma un giornalismo più distante, più uniforme, più prevedibile. E quindi meno necessario.
Ai giornalisti, prima che agli editori, spetta una scelta: usare queste tecnologie per tornare fuori, o usarle come alibi per restare dentro. Perché la fine del giornalismo non arriverà con un algoritmo. Arriverà il giorno in cui nessuno sentirà più il bisogno di uscire a cercare una notizia.








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