C’è qualcosa di profondamente perturbante nell’immagine che posto. E lo stesso vale per quelle migliaia di clip che scorrono sui social. Siamo davanti a una guerra osservata attraverso uno schermo. I missili sfrecciano, vengono intercettati… esplodono in aria o cadono distruggendo tutto. Sì, il pericolo è reale ma c’è qualcuno, lì sotto, che tiene il telefono alzato. E non per chiamare aiuto. Lo tiene alzatontra le mani… per riprendere.
Non è solo documentazione. La triste verità è un’altra: la realtà non è più sufficiente se non passa attraverso un dispositivo. La percezione diretta sembra incompleta finché non diventa contenuto.
È follia? È qualcosa di più sottile e inquietante: un addestramento culturale. Da anni ci siamo (auto)educati a trasformare l’esperienza in prova video o foto. Abbiamo reso ogni evento traumatico in clip da condividere.
La guerra è una parola che storicamente implica distruzione, morte e irreversibilità. Ma così non sembra per la guerra che è entrata nel circuito dei social e ha subito una metamorfosi sostanziale. Da esperienza limite è diventata scroll.
E così accade che la ripetizione visiva anestetizza. L’eccesso di immagini produce assuefazione. E ciò che dovrebbe interrompere la normalità finisce per integrarsi nel palinsesto quotidiano.
Non è un delirio collettivo. È qualcosa di più sistemico: la dissoluzione della distanza tra vivere e rappresentare. E questo, più delle esplosioni, dovrebbe inquietarci.
