C’è un punto, nel cuore pulsante di San Lorenzo, in cui le mura sembrano respirare. È la saracinesca a piano terra della Gilda Sconzajuocu: laboratorio, teatro, conchiglia di luce. Un luogo che vibra. Che pulsa. Che trasmette correnti sottili come onde radio arrivate da epoche antiche. Tra quelle pareti coperte da teli neri, ornate di simboli invisibili e sussurri silenziosi, due storie si sono incontrate: Il mistero della sacra reliquia e Negare il bene. Due romanzi, due direzioni. Due specchi in cui il pubblico ha intravisto riflessi di sé, tra ombre sacre e città interiori.

Quando il battito delle 19 ha fatto vibrare il ferro della saracinesca, ho sentito il respiro della Gilda. Un luogo che sembra un cuore, appunto. Un cuore che spinge fuori raggi, idee, arte, vortici emotivi. Lo percepisci nelle fenditure dei muri, nella teatralità sospesa dell’aria, nelle sedie disordinate come astronavi in attesa di decollo. E dentro quel cuore ho portato il mio romanzo, Negare il bene: pagina dopo pagina, parola dopo parola, come un frammento di sogno riemerso dal sottosuolo.

L’incontro con Giuseppe, con l’altro autore, è stato un movimento armonico: due rotazioni che per quasi due ore hanno condiviso un centro. Il mistero, la reliquia, l’archetipo; la città, le coscienze, l’ombra. Ci siamo rispecchiati. Ci siamo ascoltati. E ogni sillaba aveva il peso di una piccola rivelazione.
Il pubblico è stato un caleidoscopio di pensieri. Gli sguardi erano accesi, quasi elettrici. Da loro arrivavano domande, riflessioni, intrecci. Ho sentito fluire una strana e bellissima energia: un dialogo puro, senza veli. Uno scambio sincero come un bicchiere d’acqua sul tavolo. Nessuna distanza, nessuna posa. Solo anime aperte e curiose.

È stato un momento in cui la letteratura non era vetrina, ma rito collettivo.
La Gilda Sconzajuocu, con il suo simbolo che pare un sigillo alchemico, ci ha avvolti come un cerchio magico. Ho percepito lo spazio come una fucina mentale, un teatro psichico. Una stanza dove la parola si fa luce, dove ogni intuizione diventa scintilla che perfora il grigio del quotidiano.
E sono tornato a casa con una sensazione chiara: l’arte smuove, scava, apre varchi. Lì, in quel laboratorio, per un’ora, abbiamo confermato che la cultura è ancora un atto rivoluzionario. Che la bellezza resiste. Che le storie costruiscono ponti.

Sono stato felice e dico grazie a Giuseppe, tre volte, come le tre copie donate. Felice per il calore umano, per l’ascolto profondo e per l’alchimia respirata in quel luogo che pare sospeso fra cantina e stella, fra luogo fisico e corpo astrale.
E mentre con la mia famigliola mi allontanavo da quella saracinesca mi è sembrato che dai bordi sfuggissero ancora piccoli raggi, residui luminescenti di qualcosa che si era acceso. E che, forse, non si spegnerà.
