La rivolta in Iran sta evidenziando, come se ce ne fosse ancora bisogno, i cortocircuiti dell’Occidente. Siamo in un’epoca in cui le lotte per i diritti umani dovrebbero unire il mondo in un coro di solidarietà. La situazione iraniana si è, invece, trasformata in un’arena per dibattiti sterili e contrapposizioni ideologiche. Ci sono centinaia di morti: oltre 500, secondo le ultime stime fatte da gruppi per i diritti umani come HRANA. Migliaia gli arresti di massa (più di 10.000). Un terribile blackout comunicativo e informativo imposto dal regime. Tutto questo, invece che creare un fronte compatto, sta diventando l’ennesimo pretesto per polarizzare le posizioni.

C’è una domanda che riecheggia in centinaia di video e post sui social: “Dove sono ora i manifestanti universitari che bloccavano i campus per Gaza?“. Una fetta di pro-Pal tace, altri replicano in modo impacciato, altri ancora rompono il silenzio argomentando la domanda per loro fuori luogo. Ma, in realtà, la domanda che mi pongo è: fomentare questa polarizzazione a chi giova? Non è altro che un velo, l’ennesimo, che oscura l’essenza: l’essere umano, qualsiasi essere umano, schiacciato da regimi autoritari, ovunque essi siano, va difeso, sostenuto.

Il conflitto e le tendenze

Alla fine del 2025 in Iran il collasso economico prende forma ed esplode nel movimento di massa più imponente degli ultimi anni. Non sono più soltanto gli studenti universitari a protestare, ma i commercianti, i bottegai. Gli iraniani fanno i conti con la valuta che è precipitata e con i prezzi schizzati alle stelle. C’è un disagio economico profondo, un’inflazione galoppante, una disoccupazione endemica, sanzioni che strangolano la vita quotidiana. È così che si è animata quella che è una chiamata rivoluzionaria contro la teocrazia islamica. Lo slogan è chiaro: “Né Gaza né Libano, la mia vita solo per l’Iran”. Un urlo che riecheggia nelle strade di Teheran e Mashhad ed è la sintesi di un sentimento diffuso. C’è chi attribuisce a queste parole un endorsement a Israele. Ma, fondamentalmente e molto più semplicemente, siamo davanti a un rifiuto amaro della politica estera del regime. Si fa riferimento ai miliardi devoluti ai proxy terroristici come Hezbollah e Hamas, al sacrificio del benessere nazionale sull’altare dell’anti-sionismo.

E l’Occidente, come accade da quando gli algoritmi determinano il nostro sentire comune, cosa fa? Usa questa sanguinosa e sanguinaria lotta per la libertà oltre che per dividersi anche per spettacolarizzare la morte. Ho visto video diventati virali di sparatorie e cadaveri, montati con colonne sonore emotive che commuovono per un istante. Lo stesso istante che al termine della canzone ci spinge a scrollare il display svanendo nel feed social. La morte diventa intrattenimento, un like fugace. Meglio ancora una condivisione, cresce l’engagement, mentre centinaia muoiono davvero. Perdono la vita non per un’ideale astratto, ma per pane e dignità.

L’islamismo radicale

Con molta chiarezza: il timore dell’islamismo radicale è il nucleo di questa rivolta. C’è chi vede un’eco delle proteste del 2022 per Mahsa Amini. Questa volta tutto è amplificato dalla stanchezza per un regime che impone solidarietà forzata a cause lontane, mentre reprime in casa. L’Occidente, dividendosi su questo tema, sembra perdere di vista i diritti universali. Il diritto a non essere bombardati, a non essere impiccati per dissenso a Teheran, a vivere senza polarizzazioni che riducono l’umanità a bandiere.

Storicamente, le ingerenze straniere hanno liberato l’Europa dal nazifascismo, con alleati che intervennero per rovesciare tiranni. Oggi, in Iran, la situazione è delicata. Le minacce di intervento USA da parte di Trump riecheggiano, mentre il regime accusa Israele e Washington di fomentare il caos. Ma un domino di tasselli, che va dall’economia in rovina alle tensioni regionali, rischia di saltare, trascinando il Medio Oriente in un vortice. Se polarizziamo tutto, perdiamo l’opportunità di un fronte unito contro l’oppressione: una rivoluzione iraniana potrebbe smantellare l'”asse della resistenza” islamista, beneficiando anche il popolo palestinese che si vuole liberare dei terroristi di Hamas.

Ma dall’altra parte del Mediterraneo sembriamo interessati ad altro. Ci limitiamo a dibattiti sterili, mentre la vera vittima, l’essere umano, continua a sanguinare in silenzio sotto i nostri occhi, sotto il nostro pollice pronto a scrollare per una nuova emozione.

By Giovanni Villino

Giornalista professionista con un’anima tech e una vocazione per l’innovazione nei media. Laureato in Filosofia, da oltre vent’anni lavora nel mondo dell’informazione, raccontando la società e i suoi cambiamenti con attenzione al linguaggio e alle nuove tecnologie. Redattore del Giornale di Sicilia on line. Già supervisore editoriale e vicecoordinatore di redazione di Tgs, Telegiornale di Sicilia.

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