Buon 2026, parlare meno per parlare meglio. Mi spiego subito. Osservo il calendario che ho sulla scrivania: segna il 31 dicembre del 2025. Sono da poco passate le 19.20. Siamo arrivati alla fine di un anno denso, complesso. Sicuramente difficile da comprendere. Fra qualche ora festeggeremo l’arrivo del 2026.

Sono convinto che l’anno che verrà ci mostrerà qualcosa di diverso. Non so se straordinariamente nuovo o drammaticamente vecchio. L’umanità sta per entrare in una fase senza precedenti, un crocevia di scoperte e pericoli che ridefiniranno il nostro posto nell’universo. E vi spiego perché.

Sul fronte scientifico, i nuovi confini della fisica quantistica non sono solo un balzo tecnico. Siamo davanti al disvelamento di una nuova rivoluzione filosofica. Qualcuno avrà già letto delle implicazioni dell’entanglement quantistico, quel fenomeno per cui particelle distanti si influenzano istantaneamente, sfidando le nostre nozioni classiche di spazio, tempo e causalità. Quest’anno mi sono appassionato alla lettura di David Bohm e di Carlo Rovelli. La meccanica quantistica non è mera astrazione matematica. Siamo di fronte (o dietro?) a qualcosa che erode le certezze cartesiane del mondo come un orologio prevedibile.

Di fatto si stanno aprendo le porte a una visione olistica dell’esistenza dove l’osservatore e l’osservato si intrecciano in un tessuto indivisibile. Questa rivoluzione non è lontana; è già qui, nelle applicazioni pratiche come i computer quantistici che promettono di risolvere problemi complessi in secondi o nelle teorie che suggeriscono multiversi paralleli. Ma con essa arriva una sfida esistenziale: come integrare questa complessità nel nostro tessuto sociale, senza che diventi un’arma per disinformazione o manipolazione?

Parallelamente, sul piano geopolitico, il rischio di un conflitto mondiale di proporzioni inenarrabili aleggia come una nube oscura. In queste ore, per me anche di lavoro, sto seguendo le tensioni crescenti al confine ucraino-russo. Il coinvolgimento delle instabilità baltiche e balcaniche, dove nazionalismi riemergenti e alleanze precarie potrebbero innescare una catena di eventi imprevedibili, o quasi. Nel Medio Oriente, il fragile equilibrio tra Israele, Iran e potenze arabe minacciato da escalation nucleari e proxy wars, con il coinvolgimento di attori globali come gli Stati Uniti e la Cina. Cina coinvolta nella disputa sul Mar Cinese Meridionale, alle sue ambizioni taiwanesi – oggi ribadite – e alle provocazioni nordcoreane.

Tutto questo rappresenta un focolaio che potrebbe trascinare il mondo in una guerra ibrida, dove cyberattacchi e droni autonomi amplificano la distruzione. Un “conflitto multi-dominio” fino a qualche tempo fa l’avremmo relegato alla letteratura di fantascienza. Oggi dobbiamo difenderci via terra, mare, aria, spazio e cyberspazio.

In questo contesto la conoscenza e la coscienza non sono un lusso, ma una necessità vitale. Ecco perché i miei auguri si accompagnano a un invito urgente: distaccarci al più presto dalle logiche pervasive dei social, con la pericolosa bolla informativa che incombe, e abbracciare un approccio più continuo, profondo e deliberato alla lettura, allo studio e alla conoscenza. Senza girarci attorno con le parole: stiamo perdendo di vista ciò che ci rende veramente umani.

Tutto è cambiato nel momento esatto in cui i social media sono entrati nelle nostre vite, promettendo una democratizzazione della parola. Ricordate l’entusiasmo iniziale? Piattaforme come Facebook, Twitter (ora X) e Instagram sembravano livellare il campo di gioco: chiunque, dal contadino al professore, poteva esprimere un’opinione, condividere conoscenze, connettersi con il mondo. Tutti possono parlare di tutto. Ognuno ha qualcosa da dire. Tutti, soprattutto, possono dirlo subito, senza mediazioni, senza filtri, senza il tempo necessario perché un pensiero diventi davvero tale. All’inizio sembrava una conquista epocale, un’eco digitale della piazza ateniese, dove la democrazia nasceva dal dialogo aperto.

Poi, però, si è rivelata una scorciatoia insidiosa. La risonanza degli algoritmi, progettati per massimizzare l’engagement piuttosto che la verità, non ha allargato gli orizzonti: li ha ristretti. Ha preso le nostre convinzioni preesistenti e le ha rese più rumorose, non più solide. Penso a quelle “bolle digitali” dove contenuti simili si amplificano all’infinito, rinforzando certi meccanismi piscologici per cui cerchiamo solo prove che confermino le nostre idee. In questo ecosistema, le opinioni si rafforzano ma la voglia di conoscere si indebolisce. Perché conoscere richiede fatica, dubbio, ascolto attivo. L’opinione, invece, è leggera, veloce, gratificante. Ti restituisce l’illusione di avere ragione senza averti chiesto nulla in cambio: un like, un retweet, e voilà, sei un esperto autoproclamato.

In questo meccanismo perverso, il sapere ha iniziato a perdere valore. Le competenze sono state livellate verso il basso, le eccellenze mortificate. Chi ha dedicato anni a studiare approfondendo testi, sbagliando, correggendo il proprio pensiero, è stato messo sullo stesso piano di chi ha semplicemente parlato più forte o più spesso. Il valore della conoscenza è stato abbattuto sotto i colpi della visibilità. Non conta ciò che sai, ma quanto sei visto. Non quanto è fondato un pensiero, ma quanto è condivisibile, virale, meme-abile. Basti pensare a come temi complessi come il cambiamento climatico o la bioetica vengano ridotti a slogan polarizzanti: “pro” contro “contro”, senza spazio per le sfumature scientifiche o etiche.

Peggio ancora, la parola scritta sui social, privata del volto, del tono, dello sguardo, è diventata terreno fertile per fraintendimenti continui. È rigida e non ammette esitazioni, sfumature, ripensamenti. Viene letta con la proiezione di chi legge, non con l’intenzione di chi scrive. Su temi complessi questo è un disastro silenzioso ma costante.

Per questo ho deciso che dialogherò su questioni complesse solo in presenza. L’ho annunciato con un video sui social che ripropongo qui di seguito.

Non per snobismo, non per chiusura elitaria, ma per il bene che voglio davvero all’essere umano. La complessità ha bisogno di tempo, di pause, di silenzi. Ha bisogno di vedere una mano che si muove mentre cerca le parole giuste, di cogliere un’incertezza prima che diventi un attacco, di riconoscere l’altro come interlocutore e non come avversario. Non puoi ridurlo a una frase estrapolata dal contesto, non puoi archiviarlo con un commento sarcastico digitato in fretta o, peggio ancora, liquidarlo con una emoticon. La presenza riporta il dialogo alla sua dimensione umana, imperfetta ma autentica.

Proteggiamo il pensiero dalla semplificazione forzata. Parlare meno per parlare meglio. Ecco questo sarà il mio motto. Forse è l’unica forma di resistenza possibile in un tempo che ha scambiato la visibilità per verità e il rumore per profondità.

Con questo spirito, auguro a coloro che arriveranno sino a queste ultime righe un 2026 di distacco salutare dai feed infiniti, di immersioni profonde nei libri, di conversazioni faccia a faccia che sfidano le nostre certezze. Che sia un anno di studio continuo, di lettura meditata, di conoscenza che non si accontenta di superficialità. Perché solo così potremo affrontare le sfide epocali che ci attendono, non come spettatori passivi, ma come pensatori attivi e responsabili.

Buon anno, con affetto,

Giovanni

By Giovanni Villino

Giornalista professionista con un’anima tech e una vocazione per l’innovazione nei media. Laureato in Filosofia, da oltre vent’anni lavora nel mondo dell’informazione, raccontando la società e i suoi cambiamenti con attenzione al linguaggio e alle nuove tecnologie. Redattore del Giornale di Sicilia on line. Già supervisore editoriale e vicecoordinatore di redazione di Tgs, Telegiornale di Sicilia.

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