Oggi in molte piazze si è scioperato “per Gaza”. Ho visto donne e uomini, ragazze e ragazzi, anziane e anziani, bambine e bambini colorare di rosso, nero, bianco e verde le strade delle grandi città. I riflettori dei social si sono accesi, le live sono state avviate e i cori si sono alzati. Un solo grido: Free Palestine. Chi è sceso in strada ha messo il suo volto in rete come attestato di presenza, di merito.

Eppure nella narrazione che accompagna questa manifestazione c’è qualcosa di non detto. Ho visto filmati e reel in cui sembra esserci un copione recitato con un solo scopo: alimentare un’emozione istantanea e collettiva. Stop. Non si va oltre. Non c’è nessun interesse ad affrontare la complessità della situazione di grave crisi.

Sia chiaro: di fronte alle immagini che arrivano da Gaza è inevitabile un sussulto di umanità. Dolore, indignazione e compassione: emozioni che non possono e non devono lasciarci indifferenti. Guai se così fosse. Ma c’è bisogno di altro. O meglio, bisogna andare oltre.

La storia ci sbatte in faccia la nostra assurda ipocrisia. Cito sempre il povero bimbo siriano spiaggiato: quanta rabbia, quanto clamore. Eppure oggi della Siria e delle tante periferie del mondo si dice ben poco. Non perché le questioni abbiano trovato soluzione, ma perché non sono più al centro della narrazione dominante.

Torniamo, così, a quelle fotografie di macerie e di corpi uccisi e feriti a Gaza. Ci scuotono, ci interrogano. Ma qui sta il punto: un conto è lasciarsi attraversare da quel dolore, un altro è spegnere ogni senso critico e ridursi a megafono di narrazioni confezionate. Anche in questo caso, la storia ci ha insegnato troppe volte che le immagini possono essere usate come armi, che un’inquadratura scelta, un video tagliato, una frase estrapolata bastano a costruire un racconto emotivamente potente ma lontano dalla realtà complessa dei fatti. È legittimo commuoversi, è doveroso indignarsi ma è irresponsabile smettere di domandarsi se ciò che ci arriva sia la verità o soltanto una parte di essa, magari piegata agli interessi di chi controlla il messaggio.

La propaganda vive proprio di questa dinamica: catturare l’attenzione con il dolore autentico delle vittime e incanalarlo verso un’unica direzione politica, eliminando ogni sfumatura e ogni contraddizione. In questo modo l’empatia diventa strumento di manipolazione e la pietà per i civili viene trasformata in un’arma retorica nelle mani di chi persegue ben altri obiettivi.

Hamas non è la Palestina. È un’organizzazione che ha preso il potere con la forza, trasformando Gaza in un regime autoritario. Dal 2007 governa senza elezioni libere, reprime ogni forma di dissenso, riduce al silenzio chiunque osi criticare e controlla i media. Gli stessi media che ci fanno arrivare numeri di morti, feriti, immagini, video… Hamas ha imposto la logica militare al posto della politica, il fanatismo religioso al posto del pluralismo, l’economia di guerra al posto di un futuro di sviluppo. In questo modo, la promessa di resistenza si è tradotta in una condanna alla miseria per milioni di civili.

C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel gridare «Free Palestine» senza aggiungere «from Hamas». Perché la libertà non può essere selettiva. È come invocare la liberazione di un popolo senza avere il coraggio di denunciare chi, al suo interno, lo tiene in ostaggio quotidiano con il linguaggio delle armi e della paura.

Si dimentica troppo facilmente che Hamas non rappresenta l’intero popolo palestinese ma ne ha sequestrato il destino. Governa Gaza non con il consenso libero ma con l’imposizione, soffocando le voci dissidenti, cancellando i diritti civili e sostituendo la politica con il fanatismo. Parlare di libertà senza nominare questa realtà significa accettare un racconto dimezzato, una visione distorta che alimenta slogan facili e comodi, ma che tradisce proprio coloro che si vorrebbero difendere.

«Free Palestine» ha senso solo se significa liberare i palestinesi da ogni forma di oppressione e liberare Israele da ogni minaccia. Gridarlo senza questa consapevolezza non è un atto di giustizia, ma di superficialità: è ridurre la tragedia di un popolo a bandiera ideologica, a folklore politico buono per le piazze ma sterile per la storia.

By Giovanni Villino

Giornalista professionista con un’anima tech e una vocazione per l’innovazione nei media. Laureato in Filosofia, da oltre vent’anni lavora nel mondo dell’informazione, raccontando la società e i suoi cambiamenti con attenzione al linguaggio e alle nuove tecnologie. Redattore del Giornale di Sicilia on line. Già supervisore editoriale e vicecoordinatore di redazione di Tgs, Telegiornale di Sicilia.

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