C’è una fotografia che vale quanto mille pagine di trattati internazionali. È sgranata, sospesa nel tempo, con i colori già consumati dalla memoria. Un aereo fermo su una pista siciliana, due cerchi di soldati armati, italiani dentro, americani fuori. Il mondo che osserva senza intervenire. Quella fotografia è Sigonella. E Sigonella è la Sicilia.
Qualche sera fa, emerge da una discrezione giornalistica, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha detto no agli Stati Uniti. Alcuni bombardieri americani avevano inserito Sigonella nel piano di volo, diretti verso il Medio Oriente. Nessuna autorizzazione. Una comunicazione arrivata a giochi già avviati, come se la sovranità fosse un dettaglio procedurale.
Non lo era. Il capo di Stato maggiore della Difesa Luciano Portolano, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, ha verificato. Quei voli non rientravano nei trattati. Non c’era emergenza. C’era solo la necessità di usare un territorio alleato. La risposta è stata semplice, quasi elementare nella sua forza: divieto di atterraggio.
Si è messo in conto il rischio di una crisi diplomatica. Non è una formula, è memoria. Perché quarantuno anni prima, nello stesso luogo, la scena si era già consumata.
Achille Lauro
Era il 1985. Il dirottamento dell’Achille Lauro, l’assassinio di Leon Klinghoffer, l’intercettazione del Boeing egiziano. L’aereo fu costretto ad atterrare a Sigonella. Prima lo circondarono gli italiani, poi gli americani circondarono gli italiani. Una geometria perfetta, quasi metafisica. Due sovranità che si guardano negli occhi. Craxi scelse. Non fu una scelta comoda. Fu una scelta politica nel senso più alto del termine, cioè un atto che definisce uno spazio. La magistratura italiana doveva decidere. Non Washington.
Il tempo passa, ma la geometria resta. Sigonella è il luogo in cui le astrazioni diventano concrete. Non è una base militare. È un punto di verifica.
L’operazione Husky
Ma la storia di questo luogo è ancora più antica. Nel 1943, con l’operazione Husky, la Sicilia fu attraversata da centocinquantamila soldati alleati. Non fu solo liberata. Fu utilizzata, trasformata in snodo, in porta, in passaggio obbligato. Da allora non ha mai smesso di esserlo.
La base di Sigonella oggi è uno dei nodi più sensibili dell’infrastruttura Nato nel Mediterraneo. Droni, intelligence, logistica. Tutto passa da lì. Tutto si misura lì. Ed è proprio lì che torna la domanda essenziale. Non militare. Non diplomatica. Ontologica. Cos’è davvero la sovranità?
Non quella scritta nelle costituzioni. Non quella evocata nei discorsi ufficiali. Ma quella che si esercita nelle notti in cui qualcuno deve dire sì o no a un alleato più forte.
Nel 1943 l’Italia era una nazione sconfitta. Nel 1985 era una democrazia che rivendicava un diritto. Oggi è un paese che, dentro una crisi internazionale complessa, afferma un principio semplice: il territorio non si usa senza consenso.
Sigonella e sovranità
C’è in questo gesto una verità che la filosofia politica ha sempre riconosciuto. La libertà non è un’idea. È un atto situato. Accade in un luogo preciso, in un momento preciso. Sigonella è quel luogo.
E poi c’è un dettaglio che sfugge ai comunicati. Sigonella ha un nome. Cosimo Di Palma. Capitano pilota, morto nel 1944. Il suo aereo era in fiamme. Avrebbe potuto salvarsi. Ordinò agli altri di lanciarsi e restò ai comandi, tentando di riportare a terra i corpi dei compagni. Non tornò. Ogni aereo che si avvicina a quella pista passa sopra quel nome. Sopra una scelta. Restare al proprio posto quando sarebbe più semplice abbandonarlo.
Forse è per questo che, almeno due volte, l’Italia ha fatto la stessa cosa. È rimasta ai comandi.
Ps. La Sicilia continua a stare al centro del mondo. Non per retorica, ma per geografia. La vera questione è un’altra. Se ne è consapevole. E soprattutto, cosa decide di farsene.








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