Vedetelo, se potete. Parlo di “Strappare lungo i bordi”, la serie #Netflix firmata da Michele Rech, ovvero (Z)ZeroCalcare.

Il romanticismo cinico e il cinismo romantico di una generazione riesce a prendere forma in sei puntate con tutta la sua forza. ZeroCalcare tocca con la mano, la mente e il cuore i temi che sono cari a chi è nato a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta.

I temi ci sono tutti: dal lavoro al gender debate fino ai difficili rapporti interpersonali. Passando dalle relazioni tossiche sino alla rinuncia alla vita stessa. Ci sono le promesse mancate di un’intera generazione: una generazione allattata e cresciuta godendo dei privilegi del boom economico e poi costretta a fare i conti con una realtà professionale e lavorativa spesso difficile da mandare giù. Un boccone amaro che ZeroCalcare ci fa ingoiare inzuppandolo nel miele della poetica.

Fanno sorridere tutte le esegesi e polemiche attorno a questa produzione. Parliamo di un tema, o meglio di temi che raccontano il dramma di una generazione che difficilmente si ritroverà anziana dopo essere diventata adulta. Ci sarà il salto a piè pari di una intera fase. Per necessità. Per sopravvivere ad un tempo che sembra non riconoscere i suoi figli.

Nella serie Netflix ho rivisto parte di amici, di persone a me care. Ho rivisto parte della mia vita. Ho rivisto parte delle mie relazioni. Ho rivisto parte di un tempo superato. Resta soltanto oggi un alone teneramente romantico di quelle parti. Parti che attraverso la serie “Strappare lungo i bordi” vengono fuori con sentimenti e sensazioni. Come una ferita di cui si intravede la cicatrice e che ci riporta alla mente dolori e circostanze della lacerazione, così questa serie riesce a far tornare a galla tutti quegli aspetti che ci siamo illusi di avere superato ma che rimangono e rimarranno intimamente parte di noi. Perché, soprattutto, ci hanno assicurato la sopravvivenza. La possibilità di rimanere in vita.