C’è una frase che alcuni palermitani si tramandano sottovoce. In fondo appuntarla non serve: è scritta sulla pietra. Su sette statue. E contiene quella mescolanza di orgoglio e rassegnazione che appartiene solo a chi abita una città con una storia troppo grande per le sue forze. Palermo divora i suoi figli e nutre gli stranieri. È il motto del Genio di Palermo, quella figura mitologica che sorregge il serpente, simbolo di una fertilità ambigua. E mi è tornato in mente quando è arrivato un messaggio WhatsApp da Alberto Samonà: La targa dedicata a Giuni Russo, in piazza Castelnuovo, è stata distrutta. Non ammaccata. Non graffiata. Distrutta.
Parliamo di chi stiamo dimenticando. Maria Giuseppa Romeo, meglio conosciuta come Giuni Russo, aveva una voce che non si cataloga. Franco Battiato, che non era uomo di entusiasmi facili, la scelse, la produsse. La consacrò. Un’estate al mare la portò in cima alle classifiche nel 1982. Ma chi conosce davvero Giuni Russo sa che quel brano estivo era solo la porta d’ingresso a un universo molto più vasto e più oscuro: Alghero, Morirò d’amore, i lavori mistici degli ultimi anni, il percorso spirituale che Battiato accompagnò fino alla fine. Era una voce sopranile capace di toccare quattro ottave. Una presenza scenica che intimidiva. Era palermitana fino al midollo con tutto ciò che questo comporta di luce, di contraddizione, di eccesso. Palermo la ignorò per gran parte della sua vita. L’ha ricordata, con quella targa in piazza Castelnuovo, solo nel 2022. Quasi vent’anni dopo la sua morte, avvenuta nel 2004.
Piazza Castelnuovo non è un posto qualsiasi per questa storia. È lì che Giuni Russo si esibì per la prima volta. Il Palchetto della Musica è uno di quei luoghi della città dove la memoria ha senso perché è concreta, ancorata a un fatto reale. Quella targa, voluta dall’assessore regionale ai Beni culturali Alberto Samonà, installata con il sostegno del sindaco Roberto Lagalla, realizzata con la Soprintendenza dei Beni Culturali, era una delle poche cose che Palermo aveva fatto bene negli ultimi anni. Un atto tardivo ma onesto. Qualcuno l’ha distrutta.
Non è un episodio isolato nel panorama del vandalismo urbano. Vengono colpite panchine, cestini, pensiline… questo gesto, tuttavia, ha colpito un segno identitario. Ha colpito il ricordo di una donna che aveva portato il nome di questa città nel mondo.
Alberto Samonà ha parlato di «profondo sconcerto e amarezza», di «tristezza infinita», di «indifferenza e disprezzo verso la cultura». Ha lanciato un appello al sindaco Lagalla affinché la targa venga ripristinata, condividendo la richiesta con Maria Antonietta Sisini, presidente dell’associazione «Giuni Russo Arte». Ha ragione su tutto. La targa va rifatta. Immediatamente. Ma c’è qualcosa che va oltre il ripristino materiale di una lastra di metallo.
Palermo è la sua memoria?
Palermo ha un problema con la memoria. E non con la nostalgia, sia chiaro. Quella la coltiva benissimo, a volte ossessivamente. Il problema è con il riconoscimento attivo, con la cura concreta, con il gesto politico e civile che trasforma un nome in un patrimonio vivo. Giuni Russo ha aspettato quasi vent’anni per avere una targa. Quella targa è durata meno di tre anni prima di essere distrutta. Battiato, che di Palermo non era figlio ma ne era in qualche modo spirito fraterno, aveva capito prima di molti cosa significasse lavorare con lei. Aveva capito che certe voci non si ripetono. Che certe presenze, una volta perdute, lasciano un vuoto che nessuna celebrazione postuma colma davvero.
Palermo nutre chi arriva da fuori con la sua bellezza, la sua storia, il suo cibo, la sua luce. I turisti la trovano straordinaria. Ma i suoi figli più scomodi, quelli che non si accomodano nell’immagine cartolina, quelli che urlano o bisbigliano verità difficili attraverso l’arte… beh, questi Palermo li lascia partire, li ignora quando sono vivi, e fatica a ricordarli quando non ci sono più. Giuni Russo visse gran parte della sua vita artistica altrove. Come tanti.
Rifare la targa è necessario. È il minimo. Ma sarebbe bello che questa vicenda diventasse anche l’occasione per una riflessione più larga: su quante targhe mancano ancora, su quante memorie sono affidate solo all’iniziativa di pochi appassionati, su quanto la città investa, davvero, con continuità, nel custodire ciò che ha prodotto di meglio.
Giuni Russo merita la targa. Merita la piazza. Merita che Palermo smetta, almeno una volta, di divorarsi da sola. Un’ultima considerazione. «Non può prevalere l’inciviltà», ha scritto Samonà. E ha ragione. Ma l’inciviltà non è solo quella del vandalo notturno. È anche quella dell’indifferenza collettiva che rende possibile, giorno dopo giorno, che una città dimentichi se stessa.








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