Gli esclusi decidono il potere e l’Islam entra nel racconto americano. Un nuovo vento sembra soffiare sugli States. E ha un nome: Zohran Mamdani, il nuovo sindaco di New York. Eppure questo vento mi ha fatto assai pensare. Non ci posso far nulla. L’America mi affascina. Per ora l’ho soltanto sfogliata, un giorno l’attraverserò. Almeno così mi piace pensare. Un coast to coast dalla East alla West è nella lista delle cose da fare.
Le mie finestre sugli Usa
I romanzi, le cronache giornalistiche, le serie tv, i film e i documentari da maratona notturna sono state le mie finestre sugli Stati Uniti. La prima folgorazione è arrivata da adolescente: la Beat Generation. Quella splendida lettura di On the road. E ancora Ginsberg, Corso, Ferlinghetti. Poi è arrivato l’altro mito, quello che batte anche oggi: the land of opportunity, la terra delle opportunità. Un’etichetta che, nonostante crisi e polarizzazioni, continua a funzionare. Più che altrove qui c’è la possibilità di passare da nessuno a qualcuno. Ovviamente non è una regola valida per tutti, non è automatica…
C’è un ecosistema che non punisce l’ambizione ma la valorizza. Perché il sogno americano, in fondo, non è diventare miliardari, come si può banalmente pensare, ma essere dentro la partita, “being in the game”.
E Zohran ha saputo giocare la sua partita. Ma nella sua vittoria c’è una cosa che mi ha colpito. La geografia politica con lui cambia e i simboli si ribaltano. Ma il carburante che mette in moto questo cambiamento è identico a quanto visto qualche anno fa. Mamdani ha raccolto consenso da chi si sente escluso. Trump lo ha fatto allo stesso modo. Da una parte ci ritroviamo la sinistra progressista, dall’altra il populismo conservatore. Due mondi apparentemente agli antipodi che, tuttavia, pescano nello stesso bacino: il rancore sociale, il bisogno di contare e la richiesta di riscatto. Gli esclusi scelgono chi governa.
La politica americana cambia pelle come un serpente ma non cambia la fame che la muove. Non sono i miliardari a fare la storia, sono gli arrabbiati. Quelli che bussano, non trovano risposta e scardinano la porta. Lo fanno in modo diverso, forse più garbato alcuni rispetto ad altri. Ma tutto questo non può che far pensare al paradosso più grande del sistema americano: “The land of opportunity” funziona solo finché una parte della popolazione continua a sentirsi senza opportunità. È da lì che arrivano gli tsunami politici, da lì che ogni volta riparte la storia.
Mamdani e gli esclusi che decidono il potere
Zohran Mamdani era praticamente uno sconosciuto fuori dal suo distretto. Oggi è il primo sindaco musulmano di New York. Ha 34 anni, area sinistra dei democratici, radici nella diaspora indiana. In pochi mesi è diventato un’icona della nuova politica urbana americana. Immaginate una cosa simile in Italia? È nato in Uganda. Negli Stati Uniti ci è arrivato a sette anni. È un “nepo baby” di altissimo livello: sua madre è Mira Nair, regista premiata a Cannes e Venezia. Suo padre è Mahmood Mamdani, professore alla Columbia e voce autorevole sulle dinamiche africane. Insomma, non proprio l’ennesima storia da “self made man”. Le cronache ci informano su un percorso che è quello classico della East Coast progressista: Bronx High School of Science, Bowdoin College. Nel 2015 si reinventa rapper, “Young Cardamom” (speriamo non amministri come ha fatto musica). Solo dopo scopre la politica vera: da consulente contro i pignoramenti immobiliari passa nel 2020 all’Assemblea dello Stato di New York. Astoria, Queens.
È lì che si costruisce l’immagine: musulmano progressista. Il suo manifesto è una sola parola: accessibilità.
Accessibilità e posizioni
Ridurre il costo di vivere a New York. Ma non solo. Affitti controllati, asili nido e autobus gratuiti, supermercati cittadini. Un’agenda, insomma, che parla alla maggioranza silenziosa dei cittadini. Di coloro che non comprano loft a Manhattan. Ha promesso opposizione frontale alla politica anti-immigrazione di Donald Trump che lo ha bollato come “piccolo comunista”. Ama cricket e calcio. Si è sposato con l’illustratrice americana Rama Duwaji. La sua campagna è stata un ibrido: porta a porta vecchia scuola e social network spinti con ironia e creatività. Un misto tra anni Settanta e 2025, come ha scritto qualcuno.
L’Islam entra nel racconto americano
C’è, infine, un ultimo aspetto sui cui occorre riflettere. Su Israele e Palestina le posizioni di Zohran Mamdani sono sempre state nette. Israele come “regime di apartheid”: dichiarazioni che gli hanno creato ostilità in una parte della comunità ebraica. Negli ultimi mesi ha provato a ribadire la sua fermezza contro l’antisemitismo. In contemporanea ha denunciato attacchi islamofobi. E c’è già una parte di mondo occidentale che alza l’asticella della preoccupazione.
La storia del XXI secolo dimostra che l’Occidente non è impermeabile. Le migrazioni, i conflitti identitari e l’uso politico della religione (sia chiaro: non solo islamica) hanno prodotto fratture e paure reali, non immaginate. Il tema dell’islamismo politico, che non va confuso con l’islam come fede, è entrato nel dibattito pubblico non per paranoia, ma perché alcuni segnali ci sono davvero, pensiamo a cosa stia in questo momento accadendo nel Regno Unito.
Però c’è un punto che spesso si dimentica. La paura, quando diventa assoluta, annulla la capacità di analisi. Trasforma l’avversario in destino e fa il gioco di chi è più radicale. Il problema è abbracciare l’idea che ogni cambio sociale, ogni sindaco con background culturale diverso, ogni ricetta economica fuori dal solco neoliberista, sia automaticamente un attacco frontale ai nostri valori. È una semplificazione. E non mi riferisco solo alla distinzione tra islam e islamismo, tra identità religiosa e progetto politico, tra critica a un’idea economica e minaccia di sovversione. Qui il tema è che i nuovi esclusi decidono il potere con l’Islam che entra nel racconto americano.
Il suicidio occidentale
L’Occidente si è affermato anche per una capacità: non farsi definire dalla paura. La civiltà occidentale si indebolisce non quando cambia ma quando rinuncia a pensare. Quando si chiude. Quando mette tutto nello stesso sacco. I timori possono essere concreti ma la risposta non può essere l’isteria.
Il punto non è ignorare i rischi. Il punto è non lasciarsi governare dai rischi. Serve vigilanza, non panico. Occorre critica e non demonizzazione. Serve identità, non identitarismo. L’Occidente si suicida soltanto quando smette di essere razionale.
