Le mie notti in chat, e quel canale su Mirc. C’è stato un tempo, e chi è nato tra la fine dei Settanta e i primi Ottanta lo riconoscerà subito, in cui Internet non era un luogo da attraversare di corsa, ma uno spazio da abitare. Un tempo in cui la notte aveva ancora un senso preciso, e spesso iniziava su Mirc. Per me il codice per l’accesso gravitazionale al portale era #Battiato.
Le chiacchierate notturne non erano evasione, erano esercizio di pensiero. Nessun algoritmo, nessuna timeline. Solo righe di testo che scorrevano lente, come certe canzoni che avevano bisogno di sedimentare.
L’atmosfera delle chat su Mirc era fatta di attesa. Un’attesa concreta, quasi fisica. Prima ancora delle parole c’era il ping del server, quel battito secco che diceva che eri dentro, che la linea teneva. Si entrava nei canali con un comando secco, /join #Battiato, e già quello aveva il sapore di un rito. Nessuna interfaccia ammiccante o suggerimento automatico. Se non sapevi cosa scrivere, restavi fuori. Altro che ChatGpt o altre splendide diavolerie contemporanee.
I messaggi arrivavano uno alla volta, senza fretta. Il tempo non era ottimizzato, era condiviso. Si leggeva tutto. Si aspettava. Il riscontro era solo testuale e proprio per questo più intenso. Una frase poteva restare sospesa diversi secondi prima che qualcuno rispondesse. Non era imbarazzo, era ascolto. Già, ascolto. Digitare significava pensare prima di inviare.
I comandi facevano parte del linguaggio quanto le parole. /whois, /me, /nick, /quit. Cambiare nickname non era un vezzo grafico, era una dichiarazione d’identità. Il canale aveva una sua geografia: chi entrava, chi usciva, chi restava silenzioso per ore, leggendo. I ping privati, improvvisi, rompevano la linearità della conversazione: qualcuno ti cercava, fuori dal flusso pubblico. E non era mai casuale. Non esistevano emoticon grafiche. O meglio, non servivano. Si sorrideva scrivendo lol, si abbassava il tono con imho, si segnalava l’ironia con un semplice :) fatto di caratteri, quando proprio serviva. L’attesa veniva dichiarata con brb, l’assenza con afk. La sorpresa era wow, l’assenso un ok secco, quasi definitivo. Per dire “sto pensando” bastava il silenzio. Per dire “ho capito davvero” si citava un verso, non un’emoji.
Il ritmo era lento, e nessuno lo viveva come un difetto. Anzi. Quella lentezza permetteva alle conversazioni di stratificarsi. Una discussione iniziata alle 23 poteva trovare una risposta sensata alle 23:17, senza che nessuno si sentisse ignorato. Oggi sembrerebbe un bug. Allora era bello e affascinante.
Il canale non era una stanza rumorosa. Le parole contavano perché erano le uniche cose che avevamo. E forse per questo pesavano di più. Nessuna notifica push, nessuna ansia da risposta immediata. Solo righe di testo che scorrevano, e la sensazione netta di essere presenti.
Ecco, per certi versi, era un’educazione sentimentale digitale. Ci si allenava alla misura, all’ironia sottile e alla pazienza. Si imparava che una conversazione non è una gara di velocità. E che anche scrivere lol invece di una faccina gialla poteva contenere un sorriso vero.
Poi ci si “vedeva” su it.fan.battiato, nei newsgroup. Una parola che oggi suona archeologica, ma che allora significava avanguardia. Discussione, disaccordo, profondità. Niente like, solo argomentazioni. Eravamo xennials prima ancora che qualcuno inventasse il termine. A metà strada tra l’analogico e il digitale, con il modem che fischiava e i libri sugli scaffali. Ci definivamo abBattiati, con una punta di autoironia e molta consapevolezza. Non semplici ascoltatori, ma esploratori di un’opera che chiedeva studio, pazienza, ritorni continui.
Bastava una citazione per riconoscersi. E quando qualcuno azzardava versi meno battuti il canale si fermava, come se tutti stessimo ascoltando insieme. Una parte di noi si era dato una definizione: eravamo “i provinciali dell’Orsa minore”. Una comunità laterale, decentrata, e proprio per questo libera. Un laboratorio di idee, un cenacolo di confronto vero. I nomi tornano oggi come vecchi nickname impressi nella memoria di un hard disk emotivo: Alezen, Minerva, Cib, Rabit, Abdul, Velvet, Dalila, Brukaliff. E Phil. Filippo Destrieri, storico tastierista di Battiato. Presenza discreta, autorevole, naturale. Uno di noi, senza bisogno di sottolinearlo.
Ci spostavamo anche su Irc Azzurra, portandoci dietro le stesse domande, le stesse ossessioni luminose. Parlare di musica significava parlare di filosofia, di spiritualità, di politica interiore… di futuro insomma. Sapevamo come era difficile «trovare l’alba dentro l’imbrunire» ma era per noi una promessa da verificare ogni giorno.
Col tempo, come accade sempre, ci si è persi. Alcuni sono rimasti ai margini della stessa orbita con messaggi sporadici, silenzi lunghi anni. Ma il legame non si è spezzato. Perché ciò che ci univa non era la piattaforma, né l’età, né la nostalgia. Era – ed è ancora – l’arte di Franco Battiato. Una bussola per chi è cresciuto senza istruzioni chiare, sospeso tra due mondi. Un modo elegante e radicale di non lasciarsi addomesticare. E ogni volta che riascolto quei brani, soprattutto quelli più nascosti, mi sembra di tornare lì. A quelle notti lente. Alle parole digitate con cura. A un tempo in cui Internet non ci consumava, ma ci metteva in contatto. Con gli altri, e un po’ di più con noi stessi.
