Le manifestazioni sono un diritto. Sacrosanto. Ma non ogni diritto, esercitato in qualunque modo e momento, produce senso. Anzi: a volte lo disperde. Sin da ragazzo ho guardato con un pizzico di scetticismo i cortei. La piazza ha una dignità storica e democratica, nessuno lo nega. Ma non è intoccabile. Se uno strumento smette di funzionare come promesso, ovvero «sensibilizzare», va ripensato. Non è una resa: è maturità strategica. La vera domanda non è «quanta gente in strada», ma «quanta consapevolezza in più domani mattina, tra chi decide e chi vive quella decisione».
Sensibilizzare significa mettere le persone in condizione di capire, valutarne i costi e gli effetti, cambiare idea se necessario. Bloccare chi lavora raramente produce questo esito. Spesso ottiene l’opposto: chiusura, risentimento e disinteresse. E quando il messaggio si perde nel traffico, non è il traffico il problema: è il messaggio che ha scelto il mezzo sbagliato. Ecco perché continuo a pensare che cortei e sit-in che generano disagi non siano la via maestra. La via maestra è quella che arriva a destinazione. Con meno clacson e più argomenti. Con meno rituale e più risultati. Con meno «noi contro voi» e più «noi, insieme, per cambiare davvero».
Comunque, al netto di quei tentativi autoreferenziali di “contarsi” nelle manifestazioni, questa forma di protesta ritengo non sia più uno strumento efficace di sensibilizzazione. Ho individuato sei motivi, semplici e immediati.
1) il bersaglio sbagliato
Spesso paga il giusto per il peccatore. Se il messaggio della protesta è rivolto alla politica, perché colpire il pendolare, il barista, l’infermiera che esce di notte, il tecnico che deve raggiungere un cantiere? Il disagio cade su chi non decide. È una frizione che non converte: genera fastidio, non ascolto. È come urlare alla persona sbagliata sperando che il destinatario originale, altrove, si senta chiamato in causa. Di solito non succede.
2) l’«economia dell’attenzione»
Un tempo il corteo spostava l’agenda. Oggi la competizione per l’attenzione è feroce. Il rito del blocco in strada, ripetuto e prevedibile, produce assuefazione. I media catturano l’immagine, due lanci d’agenzia, qualche video… e passano oltre. La memoria pubblica archivia in fretta ciò che non sorprende. Risultato: molto rumore, poco impatto.
3) la narrativa si capovolge
Quando il disagio è alto, l’argomento passa in secondo piano. Il frame diventa: «ci avete rovinato la giornata». Il tema scivola in coda. Si parla della forma, non della sostanza. E quando si discute di metodo, chi ha creato il blocco parte in difesa, non in proposta. La causa arretra di un passo.
4) i costi ricadono sui più fragili
Un’ora di chiusura può essere una giornata persa per chi vive di turni e micro-contratti. Un tir fermo nel perimetro urbano non è un «dato collaterale»: è merce deperibile, penali, straordinari non pagati. Le esternalità negative delle proteste diffuse in orario di lavoro colpiscono proprio chi, spesso, sarebbe potenziale alleato. È un autogol sociale.
5) l’efficacia non si misura a chi blocca di più
La persuasione non cresce con il volume. «Più blocchiamo, più ci ascoltano» è un’equazione che il presente ha smentito. I decisori rispondono a leve precise: reputazione, numeri, alleanze, proposte attuabili… insomma pressioni istituzionali. Il corteo tradizionale offre principalmente simbolo e visibilità, ma fatica a convertire questi asset in risultati negoziali.
6) l’inclusione conta
Strada, folla, ore in piedi: non tutti possono. Genitori, persone con disabilità, lavoratori su turni, autonomi con appuntamenti fissati da settimane. Se il tuo strumento esclude porzioni di società, restringe anche la legittimazione della causa. Una mobilitazione efficace è quella che amplia il cerchio, non che lo stringe.
Ok, e allora?
Ecco quattro utili alternative.
- Azioni mirate: presidi davanti ai luoghi decisionali e non ai nodi del pendolarismo. Si ottiene la stessa visibilità e meno danni collaterali.
- Campagne dati e storie: Vanno fatti dossier sintetici con numeri verificabili e storie brevi. La combo ragione/emozione è la leva che sposta politica e opinione pubblica.
- Pressione istituzionale intelligente: audizioni, emendamenti scritti bene, coalizioni trasversali. La grammatica del cambiamento passa dai testi, non solo dai cartelli.
- Alleanze con chi lavora: sindacati, ordini professionali, reti di imprese responsabili. Portare al tavolo chi gestisce gli impatti evita il corto circuito tra cause giuste e mezzi sbagliati.
