Nessuno esulta per la pace dopo mesi di proteste. In questi giorni le piazze si sono riempite di voci e striscioni. Cortei, blocchi stradali e manifestazioni. Tutti a gridare per la pace, per la fine dell’assedio su Gaza, per la Palestina libera. Ma accade qualcosa di strano. Ora che la parola “cessate il fuoco” comincia a prendere forma, che persino i toni dei leader più intransigenti si ammorbidiscono, che l’ipotesi della pace torna a essere pronunciabile, cala un silenzio improvviso. Nessuno, o pochissimi esultano. In ogni caso nessuno scende in strada per dire: «Ce l’abbiamo fatta! Pace in Palestina».
Allora viene da chiedersi: il problema era davvero la pace? Forse la pace, quella vera, ha sorpreso anche chi protesta. Eppure la notizia è enorme: l’esercito israeliano sospende le operazioni offensive, Hamas parla di consegna di ostaggi e si affaccia la concreta possibilità di trattative in Egitto per il futuro di Gaza. In una lettera alla diocesi, il Patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pizzaballa, ha sottolineato che «per la prima volta le notizie parlano finalmente di una possibile nuova pagina positiva, della liberazione degli ostaggi israeliani, di alcuni prigionieri palestinesi e della cessazione dei bombardamenti e dell’offensiva militare».
Eppure le piazze tacciono. Nessun applauso, nessun post virale, nessuna bandiera che sventola per la fine di qualcosa.
Non penso che la pace non faccia notizia. Forse ci siamo abituati così tanto al rumore della guerra da non sapere più riconoscere il suono, fragile, della pace.
